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C'era una volta... un caseificio, anzi tre! PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Venerdì 26 Settembre 2008 22:33

Vista del caseificio, ora chiuso, di FumeraLa bella avventura di Franco Saba, il casaro chiaramontese reclutato in Turchia per sovrintendere alla produzione di formaggi pecorini, e il relativo commento dell'ing. Andrea Pischedda ci hanno spinto a fare un passo indietro nel tempo. Per ricordare, a proposito d'industrie casearie a Chiaramonti, cosa c'era e cosa c'è.

Vediamo un po'. Per comodità di ragionamento, ma anche per avere un punto di riferimento, torniamo indietro di trent'anni. E cioè agli inizi del 1978. Tirate le somme, abbiamo davanti a noi i dati sulla produzione dell'anno 1977. Allora operavano a pieno regime tre caseifici: uno privato e due gestiti in cooperativa: la ditta "Armando Fumera e figli", la cooperativa "San Giuseppe" e il "Gruppo Pastori".

I Fumera, industriali e commercianti caseari affermati, operano a Chiaramonti da alcuni decenni. La loro espansione è avvenuta nel dopoguerra. Negli anni Sessanta del Novecento, grazie al sodalizio stretto fra il titolare Armando Fumera e l'imprenditore siciliano Raffaele Puglisi Cosentino, nacque la "Siciliana Pecorini". Che costruì uno stabilimento nuovo di zecca, dove conferirono il latte allevatori di mezza Sardegna. Decine di migliaia i litri lavorati giornalmente e trasformati in ottimi formaggi che conquistarono subito i mercati nazionale, europeo e statunitense: "romano", "pepato", "semicotto", "canestrato", "toscanello", tanto per citarne alcuni. Ma anche "caciotte" che, ventiquattr'ore dopo, erano già in vendita sui banchi dei mercati romani.


Fu, questa, una stagione d'oro per Chiaramonti. Oltre cento unità di personale, fra impiegati, specialisti, operai, autisti e manutentori, operavano nello stabilimento di "Codinas", suddivisi in più turni. Il paese conobbe un fenomeno nuovo: l'immigrazione. Decine di lavoratori provenivano dalla Sicilia, da Ploaghe, Martis, Laerru, Berchidda e altri centri del circondario. Lo zoccolo duro, però, era costituito da chiaramontesi.

Vista del caseificio, ora chiuso, di FumeraMa furono sufficienti pochi anni per mettere in crisi il sodalizio appena costituito. Ragioni ai più incomprensibili fecero naufragare miseramente una iniziativa che pareva destinata a grandi cose. In breve, alla fine degli anni Sessanta la società si sciolse, la "Siciliana Pecorini" divenne una scatola vuota, lo stabilimento chiuse i battenti. I Fumera riacquistarono la propria autonomia, costruirono un altro caseificio di dimensioni modeste e proseguirono con profitto l'attività secondo schemi abbondantemente collaudati in passato. Nel 1977 i Fumera giunsero a produrre e commercializzare poco meno di 10 mila quintali di pecorino, toccando, negli anni Novanta un picco di 8 milioni di litri di latte lavorato, con una produzione annua che superava i 14 mila quintali.

Vista del caseificio, ora chiuso, della cooperativa San GiuseppeSulle ceneri della "Siciliana Pecorini", nei primi anni Settanta nacque la cooperativa "San Giuseppe", grazie alle pressioni esercitate congiuntamente da Comune e Coldiretti. La cooperativa si irrobustì e operò subito con profitto, allargando la base sociale fino a contare 480 soci. Che provenivano da Chiaramonti, Martis, Laerru, Sedini, Ploaghe, Ozieri, Oschiri, Berchidda, Tula, Mores e altri centri del Sassarese e della Gallura. Nel 1977 il latte trasformato superava i due milioni di litri, con una produzione di quattro mila quintali di pecorino "romano".

Vista del caseificio, ora chiuso, del Gruppo PastoriIl "Gruppo Pastori", piccola cooperativa storica nata nell'immediato dopoguerra (una delle prime sorte in Sardegna), ha operato da sempre in una struttura inadeguata e non suscettibile di modifiche rispondenti alle esigenze che via via si manifestavano col passare degli anni. Nel 1977 riuscì a lavorare poco più di 230 mila litri di latte, realizzando una produzione di 445 quintali di "romano". I soci erano allora una trentina. Una sorta di conventicola chiusa, tetragona alle novità, arroccata nel proprio microcosmo e irriducibilmente contraria a fondersi con la "San Giuseppe". A nulla valsero, in tal senso, le sollecitazioni del Comune, della Regione e della stessa Coldiretti.

Cosa rimane oggi di tanto ben di Dio? Niente! Da circa dieci anni ha chiuso i battenti la "San Giuseppe", trascinata nel baratro un po' dalla crisi del pecorino e molto da amministratori la cui incapacità e incompetenza si è rivelata pari alla loro presunzione. Lo stabilimento, già affidato a un commissario liquidatore, va inesorabilmente in rovina. L'ha seguita a ruota il "Gruppo Pastori" che, pur essendo ancora vivo, non è per nulla vegeto. Tant'è che ha cessato la lavorazione per trasferire altrove il latte che ancora gli conferiscono. Frattanto, macchinari e attrezzature si coprono di ruggine. Anche la ditta Fumera ha cessato definitivamente la lavorazione. Per scelta autonoma del titolare, che ora si occupa un po' di commercio, un po' di agricoltura e allevamento di bovini.

E così un patrimonio di un migliaio fra allevatori, tecnici e maestranze si è disperso. Forse per sempre. A Chiaramonti resta il deserto. Di una tale catastrofe, che, senza esagerare, può definirsi di dimensioni bibliche, nessuno mostra di accorgersi. Nell'arco di una mezza dozzina di anni, hanno chiuso i battenti i tre caseifici e nessuna voce di protesta si è levata. Fatta eccezione per le solite chiacchiere da caffé, tutti zitti: pastori, operai, impiegati, tecnici, commercianti. Pare che la cosa non li interessi. L'amministrazione comunale non ha mosso un dito, non ha chiamato a raccolta la popolazione, non ha fatto sentire chiara e forte la propria voce, probabilmente resa afona dal disinteresse e dall'indifferenza di sindaco e consiglieri. Né si muove foglia per proporre qualcosa che valga a recuperare comunque un patrimonio di strutture che si degradano di giorno in giorno.

Oggi apprendiamo che il pecorino, checché se ne dica, un mercato ce l'ha ancora. Chi sa produrlo con perizia riesce a venderlo bene. Ecco perché c'è da piangere nel sentire i racconti di Franco Saba: i turchi, ma anche i greci e altri ingaggiano i nostri tecnici perché li aiutino a trasformare il loro latte (pecorino e vaccino) in prodotti di qualità. Che poi essi collocano bene sui mercati statunitensi, canadesi, sudanesi e degli emirati arabi.

Perché loro si e i chiaramontesi no?

Ultimo aggiornamento Sabato 11 Ottobre 2008 18:51
 

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