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La festa del Patrono ieri e oggi PDF Stampa E-mail
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Venerdì 22 Settembre 2023 19:18

di Carlo Patatu

 

Nel tardo pomeriggio di ieri ho assistito dalla finestra dello studio alla processione che accompagnava il simulacro di san Matteo apostolo ed evangelista, patrono di Chiaramonti.

Immancabilmente, il mio pensiero è volato al passato, quando io partecipavo a quella manifestazione in veste di chierichetto. I tanti anni trascorsi da allora hanno lasciato il segno, con l’introduzione di molte novità e la scomparsa di altrettante consuetudini che, consolidatesi nel tempo, parevano irreversibili.

Dico subito che, nel passato remoto, i festeggiamenti erano programmati da un comitato di tre oberajos (obrieri) maschi e scelti dai colleghi dell’annata precedente. Ovviamente previo benestare del parroco. Da qualche decennio, è invalso l’uso di affidare ai cinquantenni i compiti e le responsabilità che furono degli oberajos. Quest’anno è toccato ai nati, maschi e femmine, nel 1972. Frai quali sarebbero stati anche mio figlio Giovanni e mio nipote Manuel, se ancora in vita.

La messa solenne (missa manna) con panegirico e processione era celebrata con inizio alle ore dieci. Il simulacro storico del Santo, portato a spalla da quattro giovani, partendo dalla chiesa parrocchiale, percorreva le vie san Matteo, Vittorio Emanuele (Piatta), piazza Indipendenza (S’Ulumu), via delle Balle, Carruzu Longu, via dei Pozzi, largo Azuni (Carrela ‘e s’Avvocadu), via Grazia Deledda (Littu), viale Marconi (S’Istradone) e via san Matteo per rientrare in chiesa.

Oggi messa e processione si celebrano nel pomeriggio, con la partecipazione del sindaco in fascia tricolore e di altri amministratori dei paesi viciniori, accompagnati da ufficiali del comando provinciale della Guardia di Finanza, essendone san Matteo il protettore. Il percorso è rimasto più o meno lo stesso, allungato un po’ per toccare due quartieri sorti nel corso degli anni: Santu Juanne e Codinas. La statua, portata in giro su un carro a buoi trainato da due bovini giganteschi dal manto di un bel colore rossastro, appositamente noleggiati, non è più quella di prima. Essendo la stessa scolpita in legno e di pregio, per motivi di sicurezza non è più rimossa dalla bella nicchia che troneggia sull’altare maggiore perché sostituita per l’occasione da un’altra  donata non so bene se da un comitato del passato o da uno dei parroci che si sono avvicendati negli anni.

Le spese per le cerimonie religiose (addobbi floreali e predicatore) erano a carico del parroco, trattandosi del santo patrono, restando invece a carico del comitato i soli oneri per le manifestazioni cosiddette civili, che prevedevano rigorosamente l’esibizione di poetes improvvisatori e cantadores a chiterra; la fisarmonica è comparsa più tardi. Talvolta furono organizzate corse ciclistiche e l’albero della cuccagna. Oggi anche le spese per la parte religiosa sono a carico degli organizzatori, che si quotano personalmente e fanno la questua per le case del paese. Il programma degli intrattenimento odierni prevede l’esibizione di complessi musicali, balletti folcloristici, compagnie teatrali e altro.

Per chiudere, un aneddoto curioso a proposito delle corse ciclistiche per dilettanti, che provenivano da Ploaghe, Ozieri, Sassari e Ittiri. Ovviamente, trattandosi di atleti poveri e privi di sponsor, giungevano in paese fin dalla mattinata e percorrendo per lo più in bicicletta il tragitto dai rispettivi paesi. Si tenga presente che le strade, allora, non erano ancora asfaltate. I tre obrieri si preoccupavano di invitarli a pranzo, confidando nella collaborazione e nell’ospitalità di parenti e amici. In quel giorno di festa, nelle tavole apparecchiate non mancavano mai vassoi di cicioneddos o ravioli abbondantemente conditi e il porcetto arrosto, accompagnati da abbondanti libagioni. Tant’è che a più di un ciclista capitava di doversi ritirare dalla  corsa per indigestione. Ebbene, non ricordo bene in quale anno, il comitato dei festeggiamenti aveva richiesto la collaborazione di tiu Peppeddu Biddau, vecchio ciclista e sempre disponibile a dare una mano anche per collocare gli ospiti a pranzo.

Fu così che una mattina tiu Peppeddu si presentò nel salone di mastru Paulantoni, caro e simpatico barbiere, e gli disse:

“Paulanto’ a lu cheres unu ciclista a bustare (Paolanto’ lo vuoi un ciclista per pranzo)?”.

Il barbiere, di rimando e ridendosela sotto i baffi, pronto gli rispose:

“Iscolzalu e battimindelu…! (Scuoialo e portamelo a casa…!”.

 

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