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A un pranzo col poeta Giovanni Seu PDF Stampa E-mail
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Giovedì 04 Agosto 2022 15:55

di Salvatore Patatu

 

Col famoso poeta improvvisatore Giovanni Seu ho sempre avuto una grande amicizia; raramente passava una settimana senza che ci incontrassimo.

Lo chiamavo Tiu Giuanne, zio Giovanni, alla moda sarda e gli davo del voi; anche se lui voleva che gli dessi del tu, non ci sono mai riuscito. Mi teneva in grande considerazione e mi gratificava della sua amicizia, sia per la passione comune che avevamo per il canto sardo e la poesia improvvisata, sia per le stesse idee politiche di sinistra che condividevamo. E anche perché, quando abitava a Chiaramonti, abitavamo nella stessa via.

Ogni tanto, ci dilettavamo a cantare improvvisando poesie, in cui ero vocatamene un suo allievo. Se a improvvisare eravamo solo noi due, lui mi aiutava, dandomi i consigli giusti e suggerendomi qualche rima; ma se c'era qualcun altro, in veste di ascoltatore o partecipante alla gara, mi attaccava senza riguardo, dicendomene di tutti i colori, sempre, però, con grande rispetto e con la spiccata ironia che lo caratterizzava.

Riferendosi al mio cognome citava tutte le varietà di patata; da quella a pasta bianca, a quella a pasta gialla, alle patate novelle o di annata, alle patate americane e un giorno, in cui era in piena forma, citò persino la patata turca, che lui era abituato a mangiarla senza sbucciarla, dandogli una semplice bollitina. Metafora per farmi capire che non doveva mettere grande impegno per battere un fringuello come ero io nei suoi confronti.

Io mi difendevo come potevo, elencando i danni che provocava lo strutto (che in sardo si chiama ozu seu) se era stantio per la vecchiaia ed era conservato male, alludendo  anch'io metaforicamente alla sua vita un po' disordinata che conduceva e anche alla sua età avanzata. E concludevamo sempre con una abbondante bevuta nei locali di via Arborea o di via Turritana, dove lui era conosciutissimo.

Un giorno, che ci incontrammo all'emiciclo Garibaldi in un locale poco adatto per il canto a poesia, in quanto lo dovevo intervistare perché la sera a Ploaghe dovevo commemorare Nicolino Cabizza, di cui lui era grande ammiratore e ottimo conoscitore, gli chiesi perché quando eravamo soli mi aiutava e quando c'era qualcuno mi attaccava senza riguardo. "Se c'è un terzo contendente, invece di prendersela con lui, voi ve la prendete malamente con me, consentendo anche a lui di attaccarmi, incoraggiato dalle difficoltà che mi create voi!” Gli dissi quel giorno. E lui, ridendo, mi rispose: "Non voglio che la gente mi accusi di partigianeria e che ti rispetto perché sei mio compaesano...e anche professore!”.

Un giorno mi ha telefonato per invitarmi a partecipare ad un pranzo con amici in quel di Caniga, una frazione di Sassari: "Mi hanno invitato parecchie volte, ma non ci sono mai andato!”, mi disse, aggiungendo: "Al punto che mi hanno accusato di essere presuntuoso e di non andarci perché il pranzo è organizzato da gente umile! A me, dicono queste cose! Se mi accompagni tu questa volta accetto”. Concluse sorridendo.

Io gli dissi di sì e il giorno stabilito partimmo alla volta di Caniga, passando a prendere Battista Marras, un suo amico bonorvese, che si dilettava a comporre versi improvvisati in occasioni come quella in cui stavamo andando a partecipare. Marras aveva cantato in palco varie volte, ma era di una categoria di molto inferiore a quella di zio Giovanni, che rappresentava senza dubbio la serie A della poesia improvvisata.

Arrivati alla casa colonica, dove si doveva svolgere il pranzo, incontrammo Brichetto, un mio ex compagno di studi di Li Punti, il quale si dilettava anche lui a comporre improvvisando qualche verso con l'unico scopo di divertirsi a di far divertire gli altri. Ci salutammo con grande calore, sotto una tettoia di canne, mentre Battista entrò direttamente in casa, dove stavano cucinando il porcetto, senza perdere tempo a salutare nessuno.

Abbiamo iniziato a cantare in poesia io, il mio amico e ovviamente zio Giovanni Seu, il quale, come al solito, poiché c'era una terza persona, se la prese con me senza riguardo e mi attaccò come al solito. Mi diceva che dovevo imparare la tecnica del verso per rendere omaggio al nostro paese, in quanto lui era ormai anziano ed io dovevo prendere il suo posto. Ma un professore che si accinge ad entrare in Elicona deve essere accorto e preparato, altrimenti non appena lo vedono passare davanti alla fontana di Ipocrene, da docente lo passano a bidello e continuò pestando i soliti tasti della patata bollita e via dicendo.

Io mi difendevo come potevo, dicendo che lo strutto sotto quella tettoia si stava sfaldando e ne veniva fuori un liquido denso e maleodorante, che non serve a nessuno. Lui rideva e imperterrito continuava la battaglia contro le patate, coinvolgendo anche mio padre, che era assente e non aveva alcuna colpa. Brichetto, il mio compagno di studi, constatando che io ero in grosse difficoltà, lottando contro quel gigantesco leone professionista del verso, ha fatto come l'asino di Trilussa, il quale, vedendo un leone scalcagnato e troppo vecchio, sdentato e senza unghie, preso in giro dagli altri animali, che lo provocavano pizzicandolo senza sosta e lui non era in grado di reagire, in quanto non riusciva neanche a scacciare le mosche che gli si posavano sopra infastidendolo, l'asino in pompa magna gli andò vicino e gli sferrò un paio di calci. Per cui, anche Brichetto, allo stesso modo, si sentì in dovere di prendere a calci poeticamente il suo ex compagno di scuola, che, in altri tempi a lui, in singolar tenzone, faceva barba e capelli. Per cui, io, non solo dovevo difendermi dagli assalti feroci del guerriero per eccellenza, dovevo stare attento anche alle punzecchiature della zanzara ringalluzzita dalle mie difficoltà.

A quel punto, con la scusa di controllare se era pronto il pranzo, proposi una pausa ed entrammo tutti e tre in casa. Avevo la tenue speranza di coinvolgere nell'impari lotta Battista Marras, che mi avrebbe dato una grossa mano, contro i due agguerriti contendenti. E invece, la prima cosa che capii è perché Battista, espertissimo dell'ambiente, in quanto praticamente era di casa, non si era trattenuto con noi a cantare ed era entrato direttamente dentro casa. L'allegra compagnia, mentre noi cantavamo in poesia, aveva fatto piazza pulita del porcetto, lasciandoci quattro ravanetti piccanti e cinque coste di lattuga avvizzite. Noi avevamo onorato la poesia e nutrito lo spirito, mentre loro, senza riguardo alcuno, avevano fatto onore al porcetto e, soprattutto, nutrito la pancia.

Ce ne andammo a testa bassa, scornati, gustando solo l'odore dell'arrosto, con la fame incombente che non potei neanche abbattere a casa, col rischio di essere preso in giro da mia moglie. In pratica feci buon viso a cattivo gioco e, per quel giorno, tentai, con molto garbo, di rifarmi a cena, ma senza esagerare per non destare sospetti.

Alcuni giorni dopo, zio Giovanni Seu mi ha ritelefonato dicendomi se lo accompagnavo ancora una volta nella stessa casa di campagna, per un pranzo organizzato da un suo amico.

"Non siete scottato dall'altra volta?”, gli dissi ridendo.

E lui: "Questa volta di porcetti ce ne sono due!”.

Ed io gli dissi: ”Caro il mio zio Giovanni! Voi sapete benissimo che a Chiaramonti non si va in posti dove a fine pranzo non avanza almeno la metà della roba da mangiare! Io non me la sento di fare la sentinella ad un porcetto scalcagnato!”.

Mi ha pregato e ripregato, tentando di convincermi, ma, poiché il proverbio anglonese dice che la lepre maschio si frega una sola volta, non ci sono andato.

Il giorno dopo gli ho telefonato per sapere come era andato il pranzo e mi ha detto che lo avevano imbrogliato di nuovo, questa volta col canto a chitarra; a lui, a un altro cantore e ad Antonello, un suonatore di Cheremule, che aveva portato la chitarra, faceva il panettiere ed era arrivato con una busta abbondante di pane fresco e appetitoso, uscito la stessa mattina dal forno di Cheremule.

"Appena arrivati ci siamo messi sotto la tettoia a cantare in RE e a sa nuoresa, accompagnati dalla magica chitarra di Antonello” - disse leggermente incavolato - "e, quando siamo entrati dentro, avevano ramazzato tutto lasciandoci i soliti ravanetti!”.

Ovviamente io mi son fatto una sonora risata e lui mi ha detto: "Caro Tore, non ci vado più. Neanche se mi pregano in latino antico. E pensare che il secondo porcetto lo avevo comprato io, proprio per non correre il rischio che uno sparisse troppo in fretta. Però mi son vendicato, immortalando la scena in un sonetto che ho improvvisato lì stesso”. Zio Giovanni non amava scrivere le sue poesie! Le improvvisava e le ricordava a memoria. Diceva, sbagliando ovviamente, che la sua opera poetica doveva morire con lui.

Io son riuscito a scrivere alcuni suoi sonetti, imbrogliandolo benevolmente. Le poesie le recitava il fretta senza dare a nessuno il tempo di memorizzarle o scriverle. E non le ripeteva mai una seconda volta. Era fatto così e non lo smuovevi di un millimetro. Allora io mi son comprato un iPod, un registratorino più piccolo di un accendino e, appena incontravo zio Giovanni, lo mettevo in funzione. Non si è mai accorto del trucco ed io non mi son mai pentito di averlo imbrogliato.

Purtroppo non son riuscito a registrare un sonetto dedicato alla moglie che era un capolavoro assoluto. Ero sprovvisto del mio attrezzo e in seguito non son mai riuscito a convincerlo a ripetermelo. Però quando mi disse il sonetto dedicato agli amici di Caniga ero preparato e l'ho registrato. Lo espongo qui in Sardo con traduzione mia.


In d-una zona a Càniga vicinu

bi fàghene onzi die bocchidorzu.

Sos amigos b’accudin a puntinu

comente e tantos corvos a mortorzu.


Mandighende e buffende birra e binu,

s’attatan che porcos in presorzu;

o fiadu ‘ulu o fiadu caddinu,

si salvat pro meràculu su corzu.


Daboi, si si trattat de burricu,

còghene petta, fressura e bentràmine,

mancarri siat tostu che su piccu.


E ite si lis durat cussu fàmine!

In cussa zona non bi nd’at afficu

de poder allevare bestiàmine.


Traduzione


In una zona a Caniga vicino

ogni giorno  fanno un'uccisione.

Gli amici vi accorrono a puntino

come membri di una commissione.


Mangiando e bevendo birra e vino

si saziano come porci a pensione.

Di animale vaccino o equino,

per miracolo si salva l'intenzione.


Ma se l'oggetto è un asino molente,

cucinano la carne insieme al ventrame,

anche se rimane troppo al dente.


Mamma mia, se perdura questa fame,

sia in futuro che in tempo presente,

nessuno alleverà più bestiame.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Agosto 2022 16:07
 

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