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1946-47, l’invasione delle cavallette PDF Stampa E-mail
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Giovedì 16 Giugno 2022 18:00

di Carlo Patatu

Da qualche tempo, la stampa dà notizia della presenza infestante, in Sardegna, delle cavallette, che tanti danni vanno procurando alle coltivazioni.

Il fenomeno non è nuovo. Negli anni Quaranta anch’io ebbi modo di assistere a un’invasione di cavallette, che s’impadronirono dei campi e fecero piazza pulita di quanto gli agricoltori vi avevano coltivato.

Di seguito, la testimonianza di quell’accadimento, che ho raccontato nel mio libro “Il paese che non c’è più”, ed. EsseGi, Perfugas 2016.

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Negli anni 1946 e 1947 frequentavo l’ultimo biennio delle elementari col maestro Brau[i]. Anche il territorio di Chiaramonti, come accadde per gran parte dell’Isola, fu invaso dalle cavallette. Un flagello biblico di cui mai avevo sentito parlare. Con l’approssimarsi dell’estate, sciami d’insetti che oscuravano il sole presero d’assalto boschi, campi coltivati a cereali, frutteti e vigneti, orti e giardini, lasciando dietro di sé desolazione e sterminio. Insomma, il deserto. O quasi.

Divoratori insaziabili, gli ortotteri sono dotati di due coppie di ali, di antenne e occhi composti. Mi pare di avvertire ancora nelle orecchie il ronzio inquietante che quegli invasori implacabili producevano durante il volo. Quel ronzio ossessivo faceva da colonna sonora alle mie giornate primaverili ed estive, durante le ore più calde. Ricordo che i massai non potevano iniziare di buon mattino, e cioè al fresco, a mietere quel che gli insoliti sabotatori avevano lasciato di grano, orzo e avena. Prima delle dieci antimeridiane non era possibile, essendo le spighe letteralmente ricoperte da grappoli di cavallette, che erano in grado prendere il volo soltanto dopo che il sole, alto nel cielo, le aveva rifornite dell’energia necessaria, riscaldandole.

Inizialmente, l’invasione non mancò di destare sorpresa e sconcerto. La gente si chiedeva cosa mai si potesse fare per combattere quei nemici inconsueti e distruggerli, posto che l’idea di ricacciarli indietro non poteva essere presa nemmeno in considerazione. Si trattava d’insetti, è vero. Per di più, essendo di taglia nemmeno gigantesca, potevano essere schiacciati facilmente, se affrontati uno alla volta. Ma le locuste avevano un vantaggio enorme dalla loro parte: si erano presentate a milioni. Ma che dico? A miliardi. Pertanto era ingenuo pensare di poterle affrontare corpo a corpo. Come si faceva in trincea durante la Grande Guerra. Eppure furono in tanti, inizialmente, a munirsi di ramazze rudimentali per sospingere gli aggressori, con una manovra a tenaglia, in un punto di raccolta, farne dei mucchi e poi calpestarli con energia rabbiosa, credendo candidamente di poter così distruggere quegli insetti voraci. Per uno che ne cadeva, una miriade di altri se la squagliava bel bello. Fu subito chiaro che l’espediente altro non era se non una goccia nell’oceano. Una battaglia donchisciottesca contro i mulini a vento. Insomma, una sconfitta certa.

Sollecitato da noi scolari, in un pomeriggio di Giugno e al di fuori dell’orario scolastico, il maestro Brau ci portò in una sua campagna poco distante dal paese. S’èna, se non ricordo male. Qui giunti, dispiegammo per terra un lenzuolo immacolato che lui aveva portato da casa. Quindi ci chiese di sospingervi quante più cavallette potevamo, servendoci di frasche o altro. In men che non si dica, il lenzuolo fu come rivestito da una coltre spessa di quegli insetti divoratori, attratti forse dal candore del lenzuolo; ma sollecitati anche dalla nostra azione ingenua, ancorché decisa. Ripiegato il lenzuolo per i quattro capi a mo’ di sacco, ci divertimmo a saltarci sopra per un po’, riducendo così quelle bestiole in una poltiglia scura e maleodorante. Ripetemmo l’operazione più volte; fino a quando il lenzuolo fu ridotto a uno straccio lurido e puzzolente. Ripiegatolo alla meglio, lo riponemmo dentro un sacco e riprendemmo la strada del ritorno. A fronte di qualche migliaio di locuste che avevamo fatto fuori con le nostre armi rudimentali, sul terreno ne erano rimaste a milioni. A farci marameo. Anche noi imparammo la lezione. Il maestro, invece, a casa dovette anche fare i conti con sua moglie, signora Caterina Tedde e, ancor più, con Maria Nenalda[ii], domestica arcigna e brontolona. Per com’era stato conciato quello che, in origine, era un lenzuolo del prezioso corredo familiare.

Le autorità locali si mobilitarono; chiesero e ottennero la dichiarazione dello stato di calamità, per cui dovette intervenire in forze il Governo di Roma. Quello regionale ancora non c’era. Squadre di disinfestatori partirono all’attacco, spruzzando tonnellate d’insetticidi sui campi e spargendovi crusca avvelenata. La campagna fu disseminata di cartelli che, collocati lungo le siepi, mostravano una scritta insolita: Pascolo avvelenato! A scuola, gli insegnanti non si stancavano di raccomandare la massima prudenza nel cogliere e mangiare frutti ed erbe selvatiche commestibili come isciòccoro, pabanzòlu, àldu, lattaredda[iii] e altre. Il signor Antonino Falchi[iv] m’insegnò come procurarmi un po’ di uova che quegli insetti insaziabili deponevano a miliardi, prima di morire. Le conservai con cura dentro una provetta di vetro, non mancando di tenerle sotto osservazione costante. Con mia grande meraviglia, al calore domestico quelle uova si schiusero ancor prima dell’arrivo della Primavera.

Com’era logico aspettarsi, insieme alle cavallette fu distrutta la micro fauna locale; furono inquinate molte sorgenti: l’acqua imputridiva insieme alle locuste avvelenate. I danni all’ecosistema si rivelarono incalcolabili, con ripercussioni mai registrate prima sulla catena alimentare. Segnatamente dei volatili. Per anni non si vide in cielo una rondine. Le belle nidiate di tudònes, tùrtures, purferàrzos e tilibrìos,[v] che da ragazzi incoscienti ci divertivamo a depredare, scomparvero per qualche lustro. Il riequilibrio della fauna endemica richiese più anni per compiersi. In breve, insetticidi e crusca avvelenata si rivelarono un rimedio peggiore del male. Soprattutto per la gente di campagna, che pure era (è) adusa a patire ricorrenti annate avverse, l’invasione delle cavallette rappresentò una vera tragedia. Dalla quale agricoltori e allevatori tardarono a riprendersi. Tuttavia, abituati alle ristrettezze imposte dalla guerra appena finita, in paese non ci rendemmo subito conto della catastrofe immane che ci era toccata in sorte. Superammo anche quella.

Un evento similare ebbe a registrarsi nel passato remoto. Giorgio Falchi[vi], osservatore attento di quanto gli accadeva intorno, non mancò di annotarlo nelle sue cronache. Eccone il testo:

“1867 - Invasione di cavallette.

“Nel 1867 si ebbe a lamentare una non mai vista invasione di cavallette le quali, oltre di distrurre i pascoli, le ortaglie ed il tenerume delle viti e delle piante fruttifere, eziandio inquinarono le acque delle sorgenti e persino dei ruscelli, poiché milioni e milioni di tali schifosi insetti vi perivano”.



[i] Cfr. Su Mastru in CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 129-136.

[ii] Maria Leonarda.

[iii] Linguella, tarassaco, cardo e latteruola, erbe selvatiche che vegetano spontanee nelle nostre campagne e di cui i ragazzi della mia generazione erano molto ghiotti.

[iv] Cfr. Il signor Antonino Falchi in CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 163-173.

[v] Colombacci, tortore, passeri e falchetti.

[vi] Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti – Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, Sassari 2004, pag. 103.

Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Giugno 2022 18:05
 

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