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Ricordo di Antonio Montesu, noto Cabòce PDF Stampa E-mail
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Venerdì 04 Giugno 2021 09:17

di Salvatore Patatu


Antonio Montesu in paese era chiamato Antoni Caboce. Era stato ferito nella guerra di Spagna e, quando raccontava le vicende che lo avevano coinvolto, diceva che era stato ferito a la cabeza, alla testa. Un mulo, con un calcio, gliel’aveva aperta come un melograno.

Quando lo incontravo ai giardini pubblici o in un bar, mi raccontava storielle e barzellette e aveva un garbo e un modo simpatico di raccontare, soprattutto se si era limitato a bere solo i primi bicchieri.

Una di queste volte mi disse in modo accorato:

"Amico mio, tu sei uno dei pochi ragazzi che mi considerano, t'intrattieni con me e ascolti con interesse le mie storie. Io non ho nessuno che si ricordi di me dopo che sarò morto. Ricordati tu di Antonio Montesu, che ha la disgrazia di non avere nessun parente o amico che lo faccia”.

Eravamo seduti davanti al bar di Multineddu, nella via chiamata sa Pigadorza! Non ho mai dimenticato quelle parole e la conseguente promessa che gli feci. Tutte le volte che vado in cimitero, non manco mai di passare a trovarlo e, il due novembre, gli porto sempre un fiore, come faccio con i mie parenti e con tutti gli amici che sono passati a miglior vita. Ma nel vasettino posto davanti al loculetto che raccoglie le sue ossa, situato davanti a una delle tombe più belle del cimitero di Chiaramonti, che ha tre mezzibusti scolpiti da Sartorio e da Usai, ci trovo sempre un altro fiore fresco portato da qualcun altro. Segno questo che non sono il solo a ricordarmi di Antonio Montesu,

Quando morì, io facevo il servizio militare e seppi della sua morte quando mi congedai.

La notizia mi colpì emotivamente e sulle ali di questa emotività, scrissi un sonetto in sardo, che pubblico qui di seguito con traduzione in Italiano effettuata oggi. Sicuramente non è un capolavoro di letteratura, ma sono contento di pubblicarlo, perché l'ho scritto con affetto intimo e sincero.

Però, ricordando Antonio Montesu, detto Caboce, l'uomo che si caricò sulle spalle le campane per collocarle nel campanile, vorrei ricordare allo stesso tempo tutti quei morti di Chiaramonti (e sono tanti, purtroppo) dei quali nessuno si ricorda più.

Ho posto una nota esplicativa nel quart'ultimo verso, non perché ho scarsa fiducia nella cultura di chi legge, ma solo perché la sistemai quando scrissi il sonetto. Vi prego di considerarlo un difetto che accomuna tutti gli insegnanti, che hanno scelto questa professione con amore e passione: una deformazione professionale.


A Antoni Montesu, fizu de Tzaramonte


Sode che granitu ‘uddusoinu,

erede de una ratza abbandonada,

fis Antoni Caboce. Ogni ‘ighinu

t’imbidiaiat sa fortza immesurada!


Coraggiu de leone aìas in sinu,

altu che una bandela isventulada,

campèndedi sa vida pellegrinu,

masedu che culumba ammaestrada.


Sos vates an cantadu eroes beros,

tra sos cales Aiace Telamòniu[1]

che a tie pro disdicia e balentia.


Paga cosa sun, ma sun sintzeros,

custos versos, chi as pro patrimòniu,

ca che a issu no as rediadu poesia!

 

Traduzione in italiano a cura dell'autore

Ad Antonio Montesu, figlio di Chiaramonti


Solido come un masso di granito,

erede di una stirpe calpestata,

eri, Antonio Caboce, derelitto,

ma di forza possente e smisurata!


Di coraggio leonino eri nutrito,

alto come bandiera sventolata,

campavi la tua vita mal nutrito,

docile come colomba ammaestrata.


I vati han decantato eroi veri,

tra i quali Aiace Telamonio1),

come te, un eroe trascurato.


Son poca cosa, ma sono sinceri

i versi, che ti lascio in patrimonio,

altri canti non hai ereditato!



[1] Aiace Telamonio, dopo Achille, era l'eroe greco più forte fra quelli che parteciparono alla guerra di Troia. Quando morì Achille, le sue armi dovevano essere assegnate al guerriero più meritevole. Ma Ulisse, molto più furbo e politicante consumato (malintragnadu), con forti aderenze e grandi raccomandazioni, condite con inganni e raggiri, riuscì a farsele assegnare. Aiace morì per il dolore.

Ugo Foscolo, rifacendosi a questa leggenda, nel suo capolavoro Dei Sepolcri, dice: “Giusta di gloria dispensiera è morte”. Purtroppo, ciò non avviene per tutti.

Una leggenda racconta che le onde del mare, guidate dagli dei, durante una tempesta, hanno rubato le armi dalla nave raminga di Ulisse e le hanno depositate sulla tomba di Aiace.

Ultimo aggiornamento Venerdì 04 Giugno 2021 09:22
 

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