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Martedì 22 Aprile 2014 13:50

di Carlo Patatu

La pubblicazione in queste pagine di una mia corrispondenza apparsa sulla “Nuova” il 18 Aprile 1976 e riguardante Giuseppina Tola (v. Una targa nell’atrio della scuola in onore di una valorosa maestra), mi ha richiamato alla mente ciò che mia madre raccontava di quella donna. Che fu la sua Maestra alle elementari.

Dei 45 anni di servizio, ben 41 la Tola li trascorse a Chiaramonti. A dirozzare alunni non sempre ben disposti allo studio e a insegnare alle ragazze ben più che a leggere, scrivere e far di conto. Trattando con pari dignità la disciplina che, all’epoca, ineriva ai cosiddetti “lavori donneschi”.

Altro non erano, i lavori donneschi, se non le attività che la cultura del tempo attribuiva esclusivamente al gentil sesso. E cioè la cura dei figli, il governo della casa, la cucina, il cucito, il ricamo, il rammendo e così via. Le bambine imparavano a scuola i rudimenti di tali occupazioni. Che poi dovevano affinare in famiglia. Il che non sempre accadeva. Per ragioni che lascio immaginare a chi legge.

Sa Mastra Tola venne qui nel 1891. E poiché, allora, la scuola era comunale, l’accolse il sindaco Antonio Maria Moretti. La parrocchia era retta dal frate carmelitano Stefano Maria Pezzi. Successivamente, la maestra fu raggiunta dalla sorella minore Maria, anch’essa insegnante. Tutt’e due scelsero di trascorrere a Chiaramonti pressoché per intero le rispettive vite professionali, rientrando in città soltanto dopo il pensionamento di Giuseppina. Il che avvenne nel 1932.

Le due sorelle affittarono, in via Grazia Deledda, la casa che poi fu di tiu Rafaelle Sechi, l’indimenticato mugnaio del mulino a carvone impiantato dal commerciante Salvatorangelo Schintu nella palazzina che fronteggia l’ex ufficio postale[1], in via dell’Europa Unita. In realtà, l’impianto funzionava col gas povero prodotto dal carbone. Ma per noi era “su mulino a carvone”.

Nella stessa casa affittata dalle sorelle Tola, attigua al palazzo Rottigni, negli anni Quaranta abitarono le maestre Vittorina Merella (nulvese) e Angioletta Zara (florinese). Questa, nel 1946, sposò il possidente dott. Giulio Falchi, s’Avvocadu.

L’essere vicini di casa permise a Sa Mastra Tola di fare un po’ da mamma ai fratelli Mario, Carlo, Sergio, Pina e Tore Rottigni. Tant’è che essi l’hanno sempre chiamata Mamma Tola. Ricordo che, nei primi anni Sessanta del Novecento, andai anch’io a farle visita, a Sassari, insieme al signor Mario. La signorina Tola abitava in via Principessa Iolanda, angolo viale Trieste.

Era molto anziana (sarebbe morta qualche tempo dopo, a 96 anni!) e portava un paio d’occhialini con le lenti azzurre. Di Chiaramonti continuava a ricordare tutto. Compresi i miei genitori, che avevano fruito dei suoi insegnamenti preziosi e più d’una volta avevano sperimentato la sua severità proverbiale. Che, temperata dal certo saper fare e da un atteggiamento rispettoso e carico di affetto per quelli che considerava i “suoi” ragazzi, rappresentava pur sempre un buon viatico nell’affrontare le asperità della vita futura.

All’epoca, le classi contavano anche 50 alunni, stipati in aule allogate in magazzini malsani, scarsamente illuminati e sparsi per il paese. Niente servizi igienici, niente luce elettrica, niente riscaldamento. Mia madre e mio padre, coetanei della classe 1908, frequentarono con Sa Mastra le elementari. Sedendo su banchi scomodi, allineati nel primo magazzino al piano terra del palazzo Grixoni[2]. Non c’era (non c’è) nemmeno una finestra, per cui il portone doveva restare, per necessità, aperto. Anche d’inverno. Figurarsi che allegria, col vento che soffia da queste parti!

Era di moda, a quel tempo, proporre indovinelli. A casa e fuori. Come passatempo. Ma pure a scuola, per incitare gli scolari a riflettere e per stimolarne l’inventiva. Mia madre raccontava con commozione di una circostanza in cui Sa Mastra aveva lanciato in classe uno di quei rompicapo che nessuno riusciva a risolvere.

Il testo, più o meno, recitava così:

O maschio o femmina, a tuo piacere,

aprire e chiudere è mio mestiere”.

Visibilmente contrariata per la risposta che non arrivava, l’insegnante si rassegnò a fornire quello che ora, con una brutta espressione, si chiama “un aiutino”. Mimò con la mano destra l’atto di aprire e chiudere una serratura. A quel punto, una scolara esclamò trionfante:

“Si tratta della chiave, signora maestra!...”.

“Brava!”.

Manco a dirlo, i genitori, diversamente da oggi, stavano sempre dalla sua parte. Anche quando le capitava d’infliggere punizioni più che severe. D’altra parte, era solita sottolineare, la vita era dura e non regalava alcunché. Pertanto era (è) indispensabile presentarsi vaccinati all’appuntamento con la maturità, pronti ad affrontare le traversie che ciascuno incontra inevitabilmente lungo il percorso esistenziale.

Cara Mastra Tola! Essa continua a vivere nel mio ricordo con l’immagine viva che me ne hanno lasciato i miei genitori. I quali non mancavano di esprimere nei suoi confronti sentimenti di affetto e di gratitudine. Ecco perché è stata una manchevolezza grave la nostra (dei chiaramontesi, intendo dire); quella di non avere concretizzato l’apposizione della lapide marmorea che il Comune aveva deliberato di collocare nell’atrio de S’iscolsticu. In ricordo de sa Mastra Tola.



[1] Ora casa Urgias.

[2] Ora casa Solinas.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 22 Aprile 2014 18:50
 

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