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Mercoledì 21 Settembre 2011 21:34

di Claudio Coda

"Quando il popolo non ha più senso del suo passato vitale, si spegne". (Cesare Pavese)

La risposta potrebbe essere: il recupero e la riscoperta. Conserviamo qui vicino delle testimonianze del passato; queste meritano di essere riutilizzate dopo che, con interventi progettuali, se ne è aggiornata la funzione.

L'intenzione degli ideatori e progettisti ha mirato a conciliare la completezza e il rigore della documentazione con le suggestioni ambientali evocative di un mondo scomparso. Che non c'è più.

Questo a Martis: nella casa Puliga-Dettori divenuta per atto di donazione al Comune da parte di una distinta Signora: Francesca Chicca Puliga (è stata mia insegnante nell'anno scolastico 1960-61, presso la Scuola Media di Nulvi). Oggi è sede di un piccolo gioiello, dove una raccolta di oggetti della civiltà contadina è presente con particolari pezzi, tutti significativi; acquisiti da raccolte private dall'amministrazione guidata dal dr. Piero Solinas (2001-2011) e di recente inaugurazione (3 aprile 2011).

Lo spazio espositivo del fabbricato, a palatu, presumo di fine Ottocento almeno la parte di sopraelevazione su stato preesistente, è articolato al piano terra (bene in donazione) con quattro sale d'esposizione.

La struttura conserva la tradizionale casa di pregio: volte a botte con conci a vista e arcate. Il tema è impostato secondo finalità di una corretta conservazione dei materiali originali e del recupero delle opere murarie; semmai da rivedere la pavimentazione in graniglia, di recente posatura databile anni '60, e pertanto fuori contesto nell'insieme.

Non parliamo di grande museo: piccolo è bello! La parola museo è talmente grande che potrebbe crearci imbarazzo in quanto la stessa indica "luogo sacro alle Muse". Ma qui siamo in presenza di ambienti quasi familiari, nei quali gli organizzatori hanno sapientemente provato ad appoggiare "soprammobili" datati.

I musei etnografici custodiscono opere d'arte provenienti da ogni dove, è anche vero che tolte dal contesto per il quale furono create, perdono almeno in parte il loro significato e non se ne comprende l'utilizzo che ne è stato; ma vederle tutte insieme creano particolari effetti, e chi ha memoria storica di un passato molto o poco lontano le riconosce e assegna loro la funzionalità per la quale sono state realizzate, e propongono un affascinante viaggio esplorativo nella storia di una comunità.

Le sale espositive sono interamente dedicate a sos attrezzos de trabàgliu, lavorazione manuale di materie grezze allo scopo di creare prodotti utili.

Dicevo: l'allestimento è ben curato e con un buon effetto estetico; gli oggetti

esposti, tutti databili immagino tra il XVIII e XX secolo, sono relativi non solo alla civiltà contadina e pastorale tipica della zona anglonese, ma anche al lavoro degli abili frailarzos e mastros de àscias. Si tratta di utensili da cucina e arnesi per l'esercizio del mestiere manuale dalle forme essenziali, che possiedono un grande valore in quanto testimonianze della vita dell'aggregato del tempo che fu.

Così: friscios e ganzos de janna, ferros de travadura, frunimentos de caddos e ainos, crapistos, ferros de marcare, messadorzas, tzappos de rasciare, tzappos de marrare, frullanas, palas d'entulare, istaffas, istràles, palas de furru, istadèras, giuàles, arvadas (punte di ferro per aratro in legno), canistrèddas, sedattajòlas, trìbides, labiolos, e tant'altro ancora, sono lì testimoni di un'epoca.

Educare il pubblico a riconoscere ed apprezzare le testimonianze di un passato è buon segnale di cultura, soprattutto quando se ne creano i presupposti e se ne rendono le opportunità. A Martis, con intelligenza, questo è avvenuto.

Oggetto per oggetto, semplice o raffinato, costituisce un pezzo unico, sono manufatti lavorati pazientemente uno per volta, anche se prodotti in più esemplari: ognuno di essi si discosta dall'altro per fattura o per usura. E qui sta la differenza: ogni mastru aveva il suo stile.

In passato l'attività de buttega costituiva un patrimonio di saperi e abilità tecniche che si trasmettevano perfezionandosi e rinnovandosi. Sos mastros erano abili artisti, ogni paese uno: il suo.

Non sta a me fare supposizioni e trarne congettura, ma per vederli tutti insieme dobbiamo andare a Martis. Ben volentieri, e magari in compagnia di un buon amico!

 

Per visitare la galleria d'immagini, cliccare qui.

Tutte le foto sono dell'autore, che ringraziamo.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Settembre 2011 18:10
 
Commenti (3)
Chiaramonti e il senso del suo passato
3 Venerdì 23 Settembre 2011 17:26
Domitilla Mannu

Io non dispero che nel prossimo futuro anche Chiaramonti possa dimostrare che non ha perso completamente "il senso del suo passato vitale".


Dato che siamo in vena di citazioni colte, faccio mie le parole di un grande professore, antropologo e professore di tradizioni popolari nell'università di Cagliari dal 57 al 72, Alberto Mario Cirese ( morto qualche settimana fa), che scrisse


"Mi si stringe il cuore al pensiero che il mondo che fu nostro muoia anche negli aspetti di umanità e amore e dolcezza di cui ci nutrimmo".


Grazie per l'apprezzamento, ho cercato di fare del mio meglio cercando di esprimerlo, appunto, con umanità e dolcezza.


Saludos a tie e a Carlo chi nos istranzat.


Domitilla


---


Carlo, o mezus Caralu (giaju meu, pro su cale m'han pesadu, lu giamaiana Carulinu), ringrassiada e ricambiada sos saludos e-i s'istima. Domitilla est meda grasciosa e déchida. De persona e de 'oghe. In piusu faeddada unu sardu lichitu chi mi piaghede meda. Custas paginas elettronicas sunu abeltas a totu sos chi hana calchi cosa 'e narrere. Pro custu, cara Domitilla, tue puru ses sa benennida. Inoghe ses in domo tua. (c.p.)


 

a Domitilla
2 Giovedì 22 Settembre 2011 19:12
c.c.

Che ricambio con stima, cara Domitilla. Quella stessa che meriti per la chiara inclinazione e completezza di informazioni che hai prodotto, con voce suadente, in quel di Martis, nella serata di Ajò in Anglona, accompagnando sapientemente i numerosi ospiti.


Io ero lì ad ascoltare in muto silenzio. Mi capita raramente.


Ho attraversato in lungo e in largo la Sardegna ad inseguire “cortes apertas: i luoghi più segreti e autentici che si schiudono pian piano solo per chi sceglie di voler conoscere l’essenza della Sardegna “ (da dépliant Autunno in Barbagia) e ho ritrovato, lì a Martis, lo stesso percorso culturale impostato con criterio significativo.


Hai posto, nella tua gradita, una bella domanda! Alla quale siamo in molti a non poter dare spiegazioni. Ma tu, sinceramente, spareresti sulla Croce Rossa? E poi, francamente, a Chiaramonti, c’abbiamo una signora Chicca e il suo palatu? Ad essere veritieri qualcosa c'abbiamo: ma è lì insoluto, immobile... tra immobili.


Con simpatia, Claudio.

Chiaramonti merita un museo etnografico
1 Giovedì 22 Settembre 2011 09:37
Domitilla Mannu

Domenica scorsa sono stata a Martis e durante la visita al museo mi sono chiesta, ma perchè a Chiaramonti non hanno realizzato niente di simile? Non vivendo a Chiaramonti da troppo tempo, non ho contezza di quanto è accaduto nel tempo, ma soprattutto non conosco gran parte degli amministratori che si sono avvicendati, per cui non riesco a capire se si tratti di insensibilità o altro.


Speriamo bene. Ho apprezzato molto questo contributo di Claudio, che saluto cordialmente.


Domitilla

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