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Personaggi: Il dott. Stefano Catta, medico d'altri tempi PDF Stampa E-mail
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Lunedì 21 Febbraio 2011 01:00

di Carlo Patatu

Mi pare ancora di vederlo, mattiniero d'abitudine, in giro per le consuete visite domiciliari. Con l'immancabile borsone strapieno di farmaci e strumenti.

Corporatura massiccia, figura imponente, volto paffuto e rubizzo, baffi impeccabili, labbra sempre schiuse a un sorriso rassicurante. Da cui i pazienti traevano giovamento più che dalle sue ricette. In breve, una bella persona.

Questa l'immagine che la memoria mi riporta del dott. Stefano Catta, classe 1912, originario di Sennori, medico condotto a Chiaramonti per quasi un trentennio.

Arrivò in paese, proveniente da Buddusò, sul finire degli anni Quaranta del Novecento. Il suo predecessore dott. Fortunato Busonera, che da qualche anno sostituiva il dott. Gavino Grixoni (Su Duttoreddu) già collocato a riposo, si era trasferito a Codrongianos.

Con sua moglie Ninniella Spanu e le figlie Pierfranca, Gabriella e Giuseppina, prese dimora "in su Palatu 'e su Generale". Più tardi si trasferì in un appartamento di piazza San Giovanni (oggi "Della Costituzione"). Infine nella bella casa con giardino che si costruì a "Conchedda", in via Dante Alighieri.

A metà degli anni Sessanta, ci fu il trasloco dell'ambulatorio comunale in via San Giovanni, in un edificio nuovo di zecca. Che non era (non è) bello; e nemmeno comodo. Ma, raffrontato al vecchio locale di Piatta, pareva una reggia. Tutto è relativo.

Non esistendo ancora il servizio di guardia medica, "Su Duttore" restava a disposizione della comunità giorno e notte. Per la fruizione dei riposi settimanali, ne concordava l'alternanza col collega del comune di Martis.

Dottor Catta s'inserì presto e bene in paese. Non essendovi in lui nemmeno l'ombra dell'alterigia di chi lo aveva preceduto, partecipava volentieri alle manifestazioni pubbliche e private. Fu testimone in tanti matrimoni e fece da padrino a una larga schiera di figliocci. Di compari e comari ne contava una miriade.

Sempre accompagnato dalla sua signora, interveniva regolarmente ai mitici veglioni che, durante il Carnevale, si organizzavano al Cinema Fontana. Niente orchestrina per quei balli: costava troppo. Pertanto ci si accontentava dei dischi a 78 giri. Che, più spesso vecchi e graffiati, producevano suoni accompagnati da un fruscio non proprio gradevole. Dottor Catta, appassionato di musica e canzoni, nella circostanza si offriva di prestare ai gestori della sala (fra i quali anche mio padre, per qualche anno) i dischi sempre nuovi della propria collezione. Ricca e aggiornata.

E così potevamo danzare al ritmo di musiche e canzoni in voga. Spopolavano i valzer di Strauss (Il bel Danubio blu, Rose del Sud, Storielle del bosco viennese), i tanghi argentini (A media luz, La Cumparsita, Caminito), le voci di Natalino Otto, Achille Togliani, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, Claudio Villa, il Duo Fasano; la fisarmonica indiavolata di Gorny Kramer, le orchestre dirette da Cinico Angelini, Armando Fragna, Pippo Barzizza. Tutti big in auge nei primi anni Cinquanta.

Grazie all'effetto traino de "Su Duttore", partecipavano a quei veglioni pure i "signori" del paese. Piuttosto restii a uscire di casa, la notte. Mi riferisco ai Falchi, Madau, Brandano, Rottigni, Budroni e qualche altro. Mai visti prima in una sala da ballo pubblica. Con disappunto grave del parroco Dedola e del suo vice. Per i quali ballare in pubblico era pur sempre un atto riprovevole. Peccato mortale. Punto.

Al cinema, la stessa pellicola la si proiettava il sabato e la domenica sera. Un solo spettacolo con inizio alle nove. Capitava, talvolta, che l'avvio della proiezione subisse un po' di ritardo. Alle rimostranze del pubblico, che protestava gridando "orario!... orario!...", il gestore, piuttosto contrariato, replicava puntualmente: "Ma ite cherides? Ancora non est bennidu Su Duttore! L'han'haere giamadu pro calchi bisognu. Unu pagu 'e pascescia, ite diaulu!" (Ma che volete? Non c'è ancora il dottore! L'avranno chiamato per qualche necessità. Un po' di pazienza, che diavolo!). "Su Duttore" era persona che meritava rispetto. Tanto quanto lui ne aveva per gli altri.

Sul lettino del suo ambulatorio siamo passati un po' tutti. Se necessario, visitati e curati quotidianamente a domicilio. Senza che lui muovesse obiezioni o si mostrasse contrariato. Ci confortava non poco, ancor prima delle cure che prescriveva, il suo sorriso. Che induceva al buonumore e alla speranza. Di guarire presto e bene, naturalmente.

Non si arrendeva se non in situazioni disperate. Armato di pinze, estraeva molari, incisivi e canini con grande abilità. Con e senza l'anestesia. Cuciva deciso ferite anche profonde. Eseguiva piccoli interventi chirurgici e ingessava arti fratturati. Insomma, quando poteva fare qualcosa senza ricorrere al pronto soccorso di Sassari, non si tirava indietro.

Il tutto senza mai (dico mai) chiedere una lira di compenso ad alcuno. Si tenga conto che la riforma sanitaria era ancora nel grembo degli dei. Perciò erano tanti i pazienti privi di copertura assicurativa. I disoccupati, eccezion fatta per i poveri dell'elenco comunale, pagavano di tasca visite mediche, farmaci e degenze ospedaliere. Ebbene, dottor Catta mai ebbe a presentare parcelle a costoro. Gli erano più che sufficienti, diceva, lo stipendio del Comune e le quote delle mutue.

Ricordo che, in occasione della nevicata eccezionale del Febbraio 1956, il meccanico Battista Falchi gli costruì un paio di sottoscarpe in metallo, dotate di ramponi d'acciaio. Come usano gli scalatori. Con quel supporto rudimentale, "Su Duttore" assicurò ai pazienti il gradito conforto della visita domiciliare. A dispetto del ghiaccio. Che per una quarantina di giorni rese impercorribili le nostre strade. Mi pare di vederlo arrampicarsi su per "Sa Pigadorza", muovendosi con passo lento ma sicuro, diretto a casa dei malati. Che sono stati sempre in cima ai suoi pensieri.

Quell'uomo straordinario, che pareva avere salute da vendere, ancora in pieno vigore fu tradito dal proprio cuore. Che si arrestò d'improvviso in un mattino di primavera di 35 anni fa. Aveva 64 anni non ancora compiuti. Interpretando i suoi sentimenti di attaccamento al paese, i familiari gli edificarono la tomba nel nostro cimitero. "Su Duttore" riposa qui. Insieme alla moglie, con noi. Per sempre

A Su Sassu nel 1952 con Nino Brandano, a sinistra, e Tore Rottigni, a destraNella circostanza, ebbi modo di ricordarlo con questo intervento, pubblicato sulla 'Nuova Sardegna' dell'8 Maggio 1976 e che ripropongo ai lettori del sito:

"Dottor Catta". Così lo chiamavamo tutti. Era ormai uno dei nostri. E non tanto perché viveva fra noi da oltre venticinque anni; o perché qui aveva messo su casa; o perché aveva più volte manifestato il desiderio di essere sepolto a Chiaramonti, quando fosse morto, presago forse della fine prematura che la sorte gli aveva riservato; ma soprattutto perché aveva saputo cogliere quelle piccole cose e quegli aspetti particolari che rendono caratteristica l'opera del medico condotto in un piccolo paese. Dove tutti si conoscono e dove l'opera del dottore va ben oltre la semplice prestazione professionale.

Egli aveva capito che la funzione del sanitario, nel piccolo centro, non poteva e non doveva esaurirsi nella formulazione di diagnosi e nella prescrizione di terapie. La sua funzione doveva andare più in là, come di fatto egli ha sempre fatto, per incoraggiare i deboli e infondere fiducia in coloro che già incominciavano a disperare.

"Ciò dottor Catta ha fatto, non recitando una parte che gli competeva per istituto; ma con piena consapevolezza. Quasi snobbando i mali e minimizzando le malattie agli occhi dei pazienti; facendo loro capire che le medicine più efficaci sono la volontà di guarire e la fiducia nel medico.

Egli questa fiducia l'aveva conquistata. Completamente.

Ora ch'è scomparso, Chiaramonti non vuole credere ancora di avere perduto per sempre il suo dottore, un uomo che apparteneva a una razza di professionisti che va ormai scomparendo. Noi lo ricorderemo a lungo, con la sua borsa capace, mattiniero e infaticabile, percorrere le stradine del paese a piedi o in macchina. Ma, soprattutto, di lui ricorderemo quel sorriso splendido e bonario col quale rinfrancava e rincuorava tutti. Anche coloro che stavano proprio male.

Di tutto ciò saremo sempre grati al "Dottor Catta". (c.p.)

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P.S. Sottoscrivo la proposta formulata qualche giorno fa dal lettore Claudio Coda su queste pagine e chiedo al Consiglio comunale di considerare l'opportunità d'intitolare una via a "Stefano Catta - medico condotto dal 1949 al 1976". Credo che gli sia dovuto.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Febbraio 2011 15:47
 

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