Sas noe contonadas[1] - 3a parte Stampa
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Lunedì 15 Febbraio 2021 18:40

Racconti terrificanti di fantasmi e di anime dannate costrette a girovagare senza meta per le strade del paese nelle ore notturne hanno tormentato la mia infanzia e hanno turbato i miei sonni di bambino e di adolescente

di Carlo Patatu

M

a il racconto che più mi atterriva era quello della processione che, per consuetudine, si svolgeva la Domenica successiva alla festa del Corpus Domini. Solitamente nel mese di Giugno.

Intorno alle undici, finita la messa cantata, una lunga sfilata di persone si snodava per le vie di quello che oggi si chiama il centro storico e che allora era il centro abitato e basta. Il corteo si apriva con un gruppo di ragazzi (una ventina o giù di lì) che reggevano con le mani un alberello di ginestra, abbellito da centinaia di papaveri rossi legati ai rami con filo da cucito. Agitando quelle piante lungo il percorso, i ragazzi provocavano la caduta dei petali, che andavano a formare una sorta di tappeto fiorito. Ciò per onorare il santissimo Sacramento, esposto in processione all’adorazione dei fedeli.

Subito dopo quei ragazzi e precedute dai rispettivi stendardi, sfilavano le associazioni religiose, seguite dalle confraternite e, immediatamente prima del baldacchino che sovrastava il sacerdote con l’ostensorio, da due file di bambini e bambine che avevano appena ricevuto la prima comunione. Vestiti di bianco, tenevano fra le mani panieri di paglia ricolmi di petali di rose, che lasciavano cadere a manciate, di tanto in tanto. A completare l’infiorata già avviata dai ragazzi con gli alberelli che aprivano il corteo.

Orbene, la leggenda voleva che in quella circostanza (ma soltanto in quella), fosse possibile vedere le ombre dei cari estinti. Che procedevano invisibili in testa alla processione. Naturalmente, non era concesso a tutti di assistere allo spettacolo. Il privilegio di vedere materializzate le anime dei defunti era riservato soltanto a poche persone, dotate di sensibilità particolare. In paese c’era una donna che, stando alla voce comune, beneficiava di tale prerogativa. E che ogni anno si faceva carico di esercitarlo, quel privilegio straordinario. Lo sentiva come un dovere. Infatti, a chi le si rivolgeva per avere notizie della sorte riservata ai propri cari nell’aldilà, era solita dar conto di quanto aveva avuto modo di osservare in quella circostanza davvero eccezionale.

Non ricordo più il nome di quella donna; ma la rivedo ancora con la mente, vestita perennemente di nero, lo sguardo misterioso, il sorriso enigmatico e inquietante. Un po’ leonardesco. So per certo che lei, poco prima che la processione lasciasse la chiesa, si appostava dietro l’angolo di una casa in piazza san Matteo (una contonada, appunto) e recitava un’orazione particolare. Passato il Santissimo, se ne andava per vie traverse ad anticipare il corteo, sostando ancora dietro l’angolo di un’altra casa in altra strada. Qui ripeteva la medesima preghiera e se ne stava in attesa che comparisse di nuovo la processione. E così proseguiva per nove volte di seguito, in altrettanti punti da lei prescelti lungo il percorso seguito dalla processione.

Il corteo, partendo dalla chiesa parrocchiale, si snodava su per Piatta[2], S’Ulumu[3] e per un breve tratto di Santu Luisi[4]; quindi, svoltando a sinistra, percorreva per pochi metri la cosiddetta via delle Balle[5]; quindi a destra per immettersi in Carruzu Longu[6]. Dopo di che attraversava Caminu ‘e cunventu[7] e procedeva per via Rosario, Largo Azuni, Caminu e‘ Littu[8], S’Istradone[9] e via San Matteo. L’attesa dietro la nona e ultima contonada consentiva alla donna di ritrovare il corteo nel momento conclusivo, al rientro in chiesa.

A quel punto, le ombre dei defunti chiaramontesi le si materializzavano come per incanto, in testa alla processione. Precedendo i ragazzi con gli alberelli di ginestra, quelle anime pie potevano essere da lei osservate con attenzione devota. Ma non solo. Se aveva accanto a sé un accompagnatore che, insieme a lei, aveva pregato e si era appostato al momento giusto nei siti stabiliti, quella donna misteriosa poteva trasmettergli il potere magico di partecipare alla visione eccezionale. Bastava calpestargli delicatamente il piede sinistro. Di questo fatto, che pure aveva dell’incredibile, sentii parlare più volte in famiglia, nel corso delle lunghe serate invernali di cui ho detto. E senza che alcuno potesse mettere mai in dubbio o in discussione alcunché.

Ricordo che nel Giugno 1945, a guerra appena conclusa, quella donna venne a far visita a mia madre; per dirle che, in testa alla processione del Santissimo, aveva visto sfilare anche lo zio Giommaria[10]. Disse che la sua anima aveva un’espressione molto seria e che indossava una rozza pelle di montone. A casa sapevamo per certo che quello zio carabiniere era rientrato felicemente dal fronte russo e che, all’epoca, prestava servizio in Veneto, non lontano dalla moglie Pia[11] e dal figlioletto Italo. Naturalmente, mia madre non mancò di entrare in agitazione; ma della notizia confidatale dalla sensitiva non fece parola con alcuno.

Per qualche mese tenne per sé il segreto di quell’annuncio terrificante, come pure le ansie che ne erano derivate. In effetti, da qualche tempo essa non aveva più notizie del fratello, al quale si sentiva particolarmente legata. Il telefono non c’era ancora; il telegrafo e le poste funzionavano a singhiozzo in un Paese appena uscito dalla tragedia immane della guerra. In realtà, (ma lo si seppe dopo) lo zio era scomparso fin dal mese di Febbraio di quell’anno, vittima di un’incursione aerea dei nostri ex alleati tedeschi. L’avviso giunse in paese cinque mesi più tardi. I nonni e mia madre furono informati dell’accaduto soltanto a metà Luglio, a seguito di un telegramma spedito al maresciallo dei carabinieri. Che affidò al parroco Dedola[12] il compito pietoso e ingrato di comunicarcene il contenuto.


3 – continua.


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 73-83.



[1] Alla lettera, le nove cantonate; e cioè nove angoli di strada o di piazza in cui ci si appostava per precedere il passaggio della processione del Corpus Domini. Nel testo che segue si comprenderà la ragione di tale straordinaria consuetudine del passato.

[2] Via Vittorio Emanuele II.

[3] Piazza Indipendenza.

[4] Via al Castello.

[5] Via XX Settembre.

[6] Via Giorgio Falchi.

[7] Largo Nicolò Vare.

[8] Via Grazia Deledda.

[9] Viale Guglielmo Marconi.

[10] Giommaria Pulina 1909-1945). Cfr. Il tenente dei carabinieri, pagina 86.

[11] Pia Dal Col Pulina (1908-2005). Cfr. Suor Reverenda, pagina 20.

[12] Cfr. Su Vicariu, pagina 32.

Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Febbraio 2021 20:22