Sas noe contonadas[1] - 1a parte Stampa
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Venerdì 12 Febbraio 2021 00:19

Racconti terrificanti di fantasmi e di anime dannate costrette a girovagare senza meta per le strade del paese nelle ore notturne hanno tormentato la mia infanzia e hanno turbato i miei sonni di bambino e di adolescente

di Carlo Patatu

L

a mia infanzia fu connotata dall’ossessione per il buio. Dentro il quale, immancabilmente, vedevo agitarsi i fantasmi, il fuoco dell’Inferno e le corna del diavolo che, ritto su piedi caprini neri e pelosi, faceva capolino tenendo saldamente in mano una sorta di forchettone. Pronto a infilzarmi e a portarmi chissà dove.

A nulla serviva chiudere gli occhi e pensare ad altro. Quelle scene, ormai impresse nel mio subconscio, continuavano a ripresentarsi in una sorta di replica, provocandomi paure infinite e un terrore di cui, ancora oggi, conservo il ricordo sgradevole. L’unico rimedio era non stare solo e al buio.

Una ragione c’era a sottendere tanto disagio e andava ricercata nelle storie fantastiche, talvolta strampalate, che gli adulti erano soliti raccontare ai bambini. Probabilmente con l’intento lodevole di tenerli buoni e di frenarne la vivacità, sovente ingovernabile. Ma è un fatto che quelle storie mi terrorizzavano Specie se ascoltate nelle serate invernali lunghe e buie, seduto accanto al caminetto o a far corona a un braciere monumentale. Spesso alla luce fioca e tremula di una lampada a petrolio; la corrente elettrica, in presenza di temporali, mancava anche per più giorni di seguito.

Poiché non c’erano ancora la radio e la televisione, le ore del dopo cena trascorrevano scandite dalle chiacchiere degli adulti. I bambini, affascinati dalla trama delle vicende che via via si susseguivano in quei discorsi, se ne stavano buoni e quieti. Al caldo, confortati dalla presenza rasserenante dei genitori e in attesa che il sonno, come di consueto, facesse premio sulla dichiarata volontà di resistere. Per ascoltare ancora le discussioni imbastite da mia madre e dalle vicine di casa, che si riunivano da noi per qualche ora a ingannare il tempo.

Durante la buona stagione, tutto era diverso. Le chiacchierate degli adulti si spostavano all’aperto, sulla soglia di casa. Lì convergevano quelli del vicinato, portandosi appresso uno sgabello o una seggiola. Facevano gruppo e, godendosi il fresco delle notti estive, non mancavano di parlare di questo o di quello, durante quelle sedute lunghe e animate. Che si concludevano poco prima della mezzanotte. Nella circostanza, saltavano fuori vicende del passato recente e remoto, pettegolezzi di paese, questioni inerenti alla guerra o altro. Nel frattempo, noi bambini potevamo scorrazzare a volontà nelle stradine adiacenti, giocando a nascondino o rivisitando talune delle storie terrificanti che ciascuno di noi aveva avuto occasione di ascoltare in casa propria. E riprovando, pari pari, emozioni e paure che ci avevano assalito in quelle serate invernali magiche e raccapriccianti.

Le storie che gli adulti si raccontavano (e ci raccontavano) trattavano soprattutto di demoni e di fantasmi. Ma anche di delitti efferati, di assassini impuniti perché ignoti alla Giustizia. Ma non alla voce popolare. La materia prima, per la verità, non mancava. Chiaramonti, già definito ager sanguinis[2] dal canonico Spano, godeva ancora fama (ampiamente meritata) di paese sanguinario. Stando alle annotazioni fatte sui registri parrocchiali, furono oltre centocinquanta i casi di morte violenta registrati dal 1780 al 1949. Ovviamente lasciando fuori dal conto i morti in guerra e senza considerarne altri, la cui scomparsa, data l’approssimazione dei registri anagrafici dell’epoca, di certo restò avvolta per sempre da una coltre fitta di silenzi omertosi. O di comodo.

più comune al quale le nostre mamme ricorrevano per impedirci di scorrazzare per le strade, d’estate e nelle ore del primo pomeriggio, era quello di evocare Maria lentolu[3], con le varianti (fate un po’ voi) di Maria fressada[4] o Sa mama ‘e su sole[5]. In sostanza, si trattava di figure fantastiche che si voleva far credere circolassero per casa subito dopo mezzogiorno, pronte a portarsi via i bambini riottosi che, in barba alle disposizioni dei genitori, se ne stavano in giro ben desti a disturbare il vicinato, invece che a letto a riposare per qualche ora, dopo pranzo.

In effetti, capitava che quei fantasmi si materializzassero in fondo al corridoio; oppure in qualche angolo del nostro cortile. Di tanto in tanto. All’apparire di un lenzuolo che si agitava, terrorizzato e col cuore in gola me la davo a gambe, correndo a stravaccarmi sul primo letto o canapè a portata di mano, piegandomi così di malavoglia all’odioso diktat del riposo pomeridiano. Che, proprio perché imposto da mia madre (e senza discutere), era da me subito come un sopruso. Al pari della dose quotidiana dell’aborrito olio di fegato di merluzzo[6].

Ma quei fantasmi casalinghi, avendo preso l’abitudine di comparire un po’ troppo di frequente, finirono con lo scoprirsi da soli. Il trucco fu da me (e dagli altri) individuato facilmente. Restava pur sempre da vedere chi, in effetti, stava sotto il lenzuolo o la coperta che erano agitati a fare da fantasma. E, soprattutto, se quel qualcuno teneva stretto fra le mani il temuto battipanni. Ecco perché, in un modo o nell’altro, il risultato atteso da mia madre era garantito. Quindi, tutti a nanna. Per un po’.

1 – continua.

Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 73-83.



[1] Alla lettera, le nove cantonate; e cioè nove angoli di strada o di piazza in cui ci si appostava per precedere il passaggio della processione del Corpus Domini. Nel testo che segue si comprenderà la ragione di tale straordinaria consuetudine del passato.

[2] Campo insanguinato, terra di battaglie e di violenze. La definizione è del canonico ploaghese Giovanni Spano, linguista e archeologo illustre, senatore del Regno. Cfr. ALBERTO DELLA MARMORA, Itinerario dell’Isola di Sardegna, tradotto e compendiato dal canonico Spano, volume II, Cagliari 1868, nota 2 a pagina 671.

[3] Maria avvolta da un lenzuolo.

[4] Maria avvolta in una coperta.

[5] La mamma del sole.

[6] Un ricostituente tanto efficace quanto nauseabondo. Quelli della mia generazione conobbero solo quello. Per costringerci a ingurgitarlo occorrevano almeno due persone: una teneva ben stretti mani e piedi del bambino; l’altra, dopo avergli chiuso le narici col pollice e l’indice, obbligava la vittima di turno ad aprire la bocca, dove gl’infilava prontamente il cucchiaio con quella specie di veleno.

Ultimo aggiornamento Venerdì 12 Febbraio 2021 19:15