Il bando pubblico – 4a e ultima parte Stampa
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Domenica 07 Febbraio 2021 20:35

Preceduto da uno squillo di tromba, il banditore diffondeva a voce piena per le strade del paese quelli che oggi, in televisione, sono  i messaggi pubblicitari o consigli per gli acquisti

di Carlo Patatu

U

n bel giorno (si era ormai negli anni Cinquanta), un annuncio importante fu diffuso da una voce insolita. Tanto forte e chiara che a ciascuno pareva provenire dalla finestra di casa. E che si udiva allo stesso modo, contemporaneamente, in tutti i rioni del paese. Nessuno escluso. Niente squilli di tromba, in apertura; ma un invito deciso, quasi perentorio: attenzione!

Cos’era accaduto?

Il progresso aveva mandato definitivamente in soffitta i cari e simpatici banditori ambulanti. Quelli dalla voce genuina, naturale. E, con loro, la mitica trombetta di ottone lucido. Un altro vecchio mestiere si rinnovava. Un nuovo personaggio, dotato di uno strumento moderno, era sceso in campo: tiu Peppeddu, che aveva messo su casa in posizione dominante, appena a valle dei ruderi del castello e dell’antica parrocchiale. Con l’intero paese ai suoi piedi.

quell’uomo era venuta l’idea geniale di piantare nel cortile un traliccio di ferro alto una decina di metri e di collocarvi in cima due grossi altoparlanti a forma di trombone. Potenti quanto bastava per inondare il paese di annunci chiari, comprensibili e completi. Tiu Peppeddu sapeva leggere e scrivere. Coscienzioso com’era, provvedeva ad annotare su un taccuino tutto ciò che i clienti gli commissionavano di pubblicizzare al microfono. Niente errori, dunque; né omissioni. E poi la novità offriva un’opzione in più: la diffusione del bando anche in lingua italiana. I banditori di prima generazione lanciavano i loro spot unicamente in sardo.

L’iniziativa di tiu Peppeddu ebbe successo e andò avanti per molti anni. Tant’è che la parrocchia la fece propria quell’idea, installando a sua volta due altoparlanti sul campanile. E così, alle sette in punto, il parroco ci dava la sveglia diffondendo le note dell’Ave Maria di Gounod cantata da Beniamino Gigli. Per l’Angelus e le altre funzioni religiose, ricorreva a un altro disco con la registrazione delle campane di Roma. Inoltre, quando se ne presentava l’occasione, lo stesso parroco divulgava dal campanile i telegrammi che i consiglieri regionali e i parlamentari democristiani spedivano alla sezione locale del partito per dare notizia dell’avvenuto finanziamento di questa o di quell’opera pubblica. Con disappunto grave degli avversari politici (segnatamente comunisti e socialisti), che non disponevano di una tribuna così efficace e prestigiosa.

Poi si dice il bel tempo antico

Ma venne il giorno in cui anche tiu Peppeddu dovette arrendersi. Smontò l’impianto di amplificazione e mise a terra l’antenna. Il bando pubblico aveva fatto il suo tempo: non serviva più. Anche dal campanile sparirono i brutti tromboni dal colore grigiastro. Le campane, rifatte a nuovo e azionate da congegni elettronici invece che dal sagrestano, finalmente ripresero a suonare dal vivo.

Tuttavia, il ricordo di quei personaggi, i cari vecchi banditori (ambulanti e no), è rimasto intatto nella mente e nel cuore di chi, come me, ebbe modo di viverne le vicende e di fruirne i servigi. Sono certo che tiu Peppinu, in altra condizione e in un contesto diverso, sarebbe stato ben altro personaggio. Un intrattenitore brillante. Una specie di Fiorello sui generis.


4 – fine.


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 63-70.

Ultimo aggiornamento Domenica 07 Febbraio 2021 20:42