Il bando pubblico – 2a parte Stampa
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Giovedì 04 Febbraio 2021 18:14

Preceduto da uno squillo di tromba, il banditore diffondeva a voce piena per le strade del paese quelli che oggi, in televisione, sono  i messaggi pubblicitari o consigli per gli acquisti

di Carlo Patatu

I

l primo banditore che ebbi modo di conoscere fu tiu Andrìa. Magro da fare impressione, era solito camminare caracollando, perché malfermo sulle gambe. Tant’è che dovette ritirarsi dall’attività anzitempo proprio perché le sue articolazioni avevano perso l’elasticità e non funzionavano più a dovere.

La stabilità di quell’uomo, quand’era in movimento, appariva compromessa del tutto. Al punto che il nostro uomo correva il rischio di andare rovinosamente “fuori strada”, come lo avvertivano scherzando (ma non senza preoccuparsi) i suoi compaesani più accorti. Che, in fondo, gli volevano bene. La tromba nella mano sinistra, la destra a impugnare un lungo bastone e col pastrano sempre sbottonato, si aggirava per il dedalo di strade e vicoli, fermandosi negli spiazzi o in altri punti strategici per diffondere il bando. Se gli annunci da fare erano più d’uno, quel bravo banditore li esponeva in successione; ma facendoli intercalare da pochi attimi di silenzio seguiti da un altro squillo di tromba. Prolungato, se possibile. Quindi si affrettava a gridare con voce stentorea e mai incerta: un’atteru![1]; dopo di che dava fiato al comunicato successivo.

Altro personaggio, coevo di Andrìa e suo odiato rivale, era tiu Peppinu, figura simpatica di uomo tuttofare; ugualmente segaligno, ma forte e resistente alla fatica (l’obesità era una malattia rara, allora). Camminava con passo breve e lesto che quasi indulgeva al trotto. Pareva andare sempre di fretta. E non se ne comprendeva bene il perché, tenuto conto che, all’epoca, il tempo lo si misurava all’ingrosso. Tutti ce la prendevamo con calma. D’altronde, che bisogno c’era di correre?

Tiu Peppinu si arrangiava a fare di tutto un po’: lo scaricatore, il venditore ambulante di prodotti agricoli per conto terzi, il trasportatore di masserizie quando, a San Giovanni[2], c’era chi doveva traslocare. In quel periodo lo si vedeva impegnato ad andare avanti e indietro, a fare la spola fra il vecchio e il nuovo indirizzo di chi gli aveva commissionato il trasloco. Per poche lire trasportava in spalla le suppellettili della povera gente; oppure se le caricava sul capo, poggiandole su un largo cercine. In genere, si trattava di mobilio modesto: sedie impagliate, tavoli, letti opportunamente smontati, rari canapè, qualche comò. Sulle spalle ricurve caricava gli oggetti più ingombranti, imbrigliandoli con una fune robusta che faceva passare sulla fronte, a s’osilesu[3]; ma addolcendone l’impatto con un piccolo cuscino, per non prodursi ferite o lacerazioni fastidiose.

Sempre stracarico, percorreva il tragitto previsto con passetti cadenzati e trotterellando, seguito immancabilmente dalla moglie che gli teneva compagnia. Camminava e parlava in continuazione. Anche da solo; ma a voce alta, perché tutti potessero avvertirne la presenza. Ne diceva di cotte e di crude: più spesso frasi senza senso o motti impertinenti. Soprattutto se incrociava persone con cui era in confidenza. Ma sempre in allegria e senza il benché minimo intento di offendere. Il buonumore non lo abbandonava mai; nemmeno quando lo stomaco gli reclamava qualcosa da metter dentro. Era un ottimista. E il suo ottimismo contagioso.

Ma il suo capolavoro, la cosa che gli riusciva meglio, era il bando pubblico. È vero che, non essendo egli banditore a tempo pieno e a titolo principale, non possedeva la tromba; avendo una mezza dozzina di figli da sfamare, doveva ben dedicarsi anche ad altre faccende. Ma la gente non sentiva proprio la mancanza di quello strumento (della trombetta intendo dire), poiché tiu Peppinu aveva una voce possente, dal timbro argentino e molto intonata. La dizione, poi, era perfetta. Le frasi che pronunciava, scandite con modulazione gradevole e accento deciso, erano ben comprensibili a tutti. Vecchi e giovani. Anche a distanza. Persino quando tirava vento.

Arrivato alla conclusione del messaggio (oggi diremmo dello spot), si appoggiava con la voce sulla vocale della penultima sillaba della parola finale del testo e, attraverso la sua ugola d’acciaio, ci scaricava quanto fiato aveva nei polmoni, esibendosi in un acuto sonoro e prolungato. Un do di petto vero e proprio, come fanno i tenori nei finali d’opera. Conclusa quella specie di cantata, volgeva intorno lo sguardo compiaciuto: si sentiva soddisfatto e amava raccogliere, non gli applausi (che non si usavano), ma i gesti e le espressioni di apprezzamento e simpatia. Che non mancavano mai da parte di chi, al suo richiamo, si era affacciato alla porta o alla finestra di casa. E lui, felice come un bambino, se ne andava sorridente, trotterellando verso la postazione successiva. E così di seguito, fino a completare il giro del paese.


2 – continua


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 63-70.



[1] Un altro! (annuncio che segue a quello precedente).

[2] Il 24 di Giugno, per consuetudine, scadevano i contratti annuali di locazione.

[3] All’osilese; e cioè in uso nel paese di Osilo.

Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Febbraio 2021 18:34