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| Con Tore Patatu, Gioacchino Belli parla sardo |
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| Lunedì 17 Novembre 2008 00:05 |
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Pubblichiamo “Er padre de li santi”, sonetto caudato del poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli, unitamente alla libera traduzione in sardo che ne ha fatto Tore Patatu. Come si vede, pur tradotta in lingua sarda, la poesia conserva lo spirito salace, disincantato e furbesco che connota la vasta produzione poetica dell’autore in dialetto romanesco. Nato a Roma nel 1791 e qui morto nel 1863, il Belli visse svolgendo modesti impieghi nell'amministrazione pontificia. È autore della più grandiosa raccolta di sonetti della letteratura non solo italiana: il totale di 2279 fu raggiunto in due fasi creative, 1830-37 e 1843-49. Giudicandoli scandalosi moralmente e politicamente, Belli affidò gli autografi a mons. Vincenzo Tizzani con l'incarico di bruciarli dopo la sua morte; il monsignore, invece, li salvò, consegnandoli al figlio del poeta. Nell'introduzione, Belli si trincerò dietro l'alibi della fedele documentazione, dichiarando di aver voluto "lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma". In realtà, adottando un romanesco vivo e vigoroso, egli si trasferisce, non senza complicità, nelle strutture mentali del popolano e, dal suo punto di vista, legge e interpreta le cose di questo mondo e dell'aldilà. Gli effetti comici mimetizzano, senza cancellarla, una visione disperata dell'esistenza che travalica l'orizzonte romano.
Er cazzo se pò ddì rradica, uscello, |
| Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Novembre 2008 21:39 |





Tradussione libera de Sevadore Patatu