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Il campo sportivo di Chiaramonti – seconda e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Venerdì 09 Aprile 2021 10:45

Uno spiazzo roccioso sull’altopiano di Codinarasa, in leggera pendenza e battuto da un maestrale impetuoso, fu il primo terreno di gioco sul quale si cimentarono coraggiosamente i primi eroi del calcio nostrano

di Carlo Patatu

A

guerra finita, insieme a tante altre cose ricomparvero i palloni veri. Quelli di cuoio con le camere d’aria regolamentari e le pompe apposite per gonfiarle alla pressione giusta. Gli spiazzi di largo Azuni e di Caminu ‘e cunventu furono disertati gradualmente a favore di un’area nuova (di proprietà comunale) che garantiva le misure regolamentari del terreno di gioco.

Nacque così il campo sportivo di Codinarasa, l’altopiano che sovrasta il paese a Sud-Est. Quello spazio, disseminato di pietre minute ed esposto ai quattro venti, era pressoché impraticabile. Ma la caparbietà dei giovani, che si adoperarono per bonificarlo in maniera soddisfacente, anche se mai definitiva, fece premio sulle previsioni fosche delle cassandre di turno.

Il suo andamento lungo l’asse Est-Ovest e le sferzate impietose del Maestrale favorivano la squadra che difendeva la porta a occidente, collocata dalla parte di Osilo. Giocatori e pallone, oltre ad avere il vento in poppa, potevano giovarsi di una certa pendenza del campo verso oriente, in direzione del monte Limbara. Leggera ma impegnativa, quella pendenza richiedeva un plus d’energia da parte di chi, costretto a risalirla per espugnare la porta avversaria, doveva mettere in conto il vento contrario e il sole in faccia. Oltre alla barriera dei difensori che ne presidiavano con determinazione l’area. Senza fare sconti.

Su quel terreno di gioco, segnato all’ingrosso da linee improbabili di calce bianca, i ragazzi di Chiaramonti presero confidenza col pallone vero. Lì si formarono i primi giocatori, che poi diedero vita a un embrione di squadra. Niente magliette, né pantaloncini personalizzati; ma nemmeno scarpe coi tacchetti di cuoio. Ciascuno indossava quello che aveva, sforzandosi di tenere a mente i volti dei propri compagni di squadra, per distinguerli dagli avversari durante le partite.

Di volta in volta, le porte erano allestite e poi smontate utilizzando longheroni di legno che, presi in prestito da qualche muratore, s’infilavano in buche scavate a distanza regolare l’una dall’altra. A fungere da traversa, era sufficiente una fune da contadino legata ai due pali. Che superavano di qualche metro l’altezza prevista e delimitata dalla corda. Un po’ come nei campi di rugby. Non li si poteva segare a misura, una volta per tutte, proprio perché presi in prestito; dovevano essere restituiti a fine partita.

Niente reti, né spogliatoi. Di recinzione per il pubblico non si parlava proprio. Il pallone, se calciato malamente o sospinto dal vento impetuoso, invece che in direzione delle porte, finiva più spesso nel vigneto sottostante di tiu Caralu. I raccattapalle che andavano giù a ricuperarlo dovevano fare i conti con quel vecchio brontolone e per nulla conciliante. Costui presumeva di poter sequestrare il pallone per il solo fatto che questo, per atterrare, aveva scelto il suo campicello. Oltre tutto senza procurargli danno alcuno. Per tanti anni, le seccature più sgradevoli i calciatori e i dirigenti le ebbero da quell’uomo. Col tempo, il problema si risolse da solo, quando tiu Caralu depose le armi perché sconfitto dalla vecchiaia e smise di frequentare il suo vigneto. Che poi passò in mano a persone più tolleranti e comprensive.

In occasione degli incontri più importanti (ora li chiamano derby), e cioè quando gli avversari erano gli odiati ozieresi o i ploaghesi, anche noi bambini davamo un contributo valido per volgere il risultato a nostro favore. Ci appoggiavamo ai pali della porta casalinga e, spingendoli con forza verso l’interno senza che l’arbitro se ne potesse accorgere, provocavamo un leggero inarcamento della corda verso il basso. Un modo ingenuo e talvolta efficace per ridurne lo specchio, imbrogliando le carte a nostro favore. Qualche palla, pur lanciata in porta all’altezza giusta, finiva così per passare al di sopra di quella traversa oscillante. Il che c’inorgogliva non poco. Il sorriso riconoscente del portiere Rino Moretti era molto più che un grazie.

Confesso di non avere avuto una grande passione per il calcio. Lo praticai soltanto da bambino, calciando soprattutto la palla di stracci e tentando, spesso invano, d’infilarla nella porta avversaria. Senza comprendere un accidenti delle regole di quel gioco. Ero quello che si dice un brocco. I falli, i rigori, le punizioni in prima o in seconda e i corner erano per me (ma in parte lo sono ancora) parole incomprensibili che la mia curiosità, peraltro sempre vivace, mai mi spinse a indagare compiutamente. Tant’è che la mia esperienza nel settore dello sport si svolse per intero in ambito dirigenziale e amministrativo. Niente di buono combinai in quello agonistico, certamente più prestigioso agli occhi della gente, oltre che ricco di soddisfazioni. Per l’atletica e le attività sportive in genere avevo un rifiuto che permane tuttora. Mi facevano venire l’orticaria.

Durante gli anni della scuola media, il professore di educazione fisica mi ripeteva impietoso (davanti a tutta la classe) che, in coerenza al mio cognome, in palestra mi muovevo come un vero e proprio sacco di patate. Non mi stimava per niente quell’uomo. Peraltro da me generosamente ricambiato; ma con l’aggiunta di un rancore cieco. Che gli serbai finché campò, pover’uomo. Tutto ciò, naturalmente, non m’impedì di tifare per i calciatori della squadra locale. Che all’epoca (mi riferisco agli anni Quaranta) si fregiava dei nomi di Rino Moretti, Michelangelo Lezzeri, Lucio Cossu, Peppino Bajardo, Nino Maccioco, Mario e Vincenzo Budroni, Giulio Schintu, Nicola Brau, Tonino Ruiu (Sedinesu), Francesco Tedde (Cischeddu Franziscu), Andrea Solinas (Meazza), Flavio Schintu, Celestino e Giovannino Malta, Luigi Fogu (Fogheddu), Sandro Congiatu[1] e altri di cui non ho più memoria. Ma conservo il ricordo nitido delle partite epiche giocate a Codinarasa, nel primo dopoguerra, fra studenti e reduci. Un vero spasso.

I nomi degli eroi locali si mescolavano, nell’immaginario dei bambini, a quelli più prestigiosi dei Valentino Mazzola, Valerio Bacigalupo, Silvio Piola, Aldo e Dino Ballarin, Virgilio Maroso, Mario Rigamonti, Franco Ossola, Guglielmo Gabetto, Ezio Loik, Eusebio Castigliano e così via. Di quei campioni leggendari sentivamo parlare alla radio dalla voce calda e trascinante di Nicolò Carosio. Di quei calciatori conoscevamo appena i volti che ci mostravano le foto, rigorosamente in bianco e nero, pubblicate sui giornali sportivi che, finita la guerra, arrivarono finalmente anche in paese.

Il pubblico dei tifosi, fazioso, urlante e incontenibile anche allora, si scatenava e premeva fisicamente sui giocatori e sull’arbitro, avendo la possibilità di superare facilmente le linee di demarcazione e d’invadere il campo senza recinzione, durante lo svolgimento del gioco. Per vedere meglio, si diceva. Avevano voglia, i dirigenti, di trattenere quella massa di scalmanati, urlandogli in viso di starsene buoni e sospingendoli con forza dietro il tracciato. Niente da fare. Quelli ricominciavano da capo, sebbene avessero promesso, appena un minuto prima, di starsene tranquilli e al proprio posto. Ad aggravare la situazione, taluni furbastri lanciavano sassi (ce n’erano tanti a portata di mano) contro i giocatori avversari e l’arbitro. Sui quali, in qualche occasione, si scaricarono gragnole di pugni soltanto perché le cose si erano messe male per la nostra squadra. Insomma, ci eravamo fatti una brutta fama nel circondario. Ospitali, certo; ma solo se la vittoria stava da questa parte.

Eppure, nonostante i non pochi limiti e la posizione decisamente infelice, il campo scalcinato di Codinarasa riuscì, nel bene e nel male, a soddisfare gli appassionati del calcio. Giocatori e no. Fino ai primi anni Settanta del Novecento, quando fu reso agibile l’impianto di Cunventu, la cui realizzazione era stata avviata fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, a seguito della demolizione improvvida del convento secentesco dei carmelitani. Furono tante le partite mitiche disputate a Codinarasa, su un terreno sconnesso, fuori livello, disagevole e costantemente presidiato dal Maestrale.

Urbanizzato pressoché per intero, quello che fu il primo campo sportivo di Chiaramonti ora accoglie un quartiere nuovo, sorto faticosamente negli anni Settanta e seguenti. Su quello che era il centro campo, ora svetta un cippo, a ricordare il carabiniere chiaramontese Medaglia d’Oro Ciriaco Carru (1963-1995), trucidato da una banda di malfattori. Della vecchia struttura non è rimasta alcuna traccia che ricordi ai giovani d’oggi gli anni romantici di cui ho detto prima. Quando cioè i giocatori si pagavano di tasca il vestiario e le trasferte. E non sapevano cosa fossero le docce.

Che nostalgia!


2 - fine

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 197-205



[1] Figlio dell’impresario che, nella seconda metà degli anni Quaranta, edificò i locali del futuro cinema Fontana per conto del commerciante Faricu (Salvatore) Lezzeri. Sandro Congiatu (sassarese) giocò per qualche tempo nella nostra squadra, applaudito per la sua bravura e per l’eleganza delle sue azioni. Vive a Sassari.

Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Aprile 2021 11:09
 

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