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Il signor Antonino Falchi – Seconda parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 07 Marzo 2021 14:23

Orologiaio e fotografo, era un uomo geniale ma, a volte, stravagante - Ricco d’inventiva e lettore attento della Bibbia e dei Vangeli, sebbene si proclamasse anticlericale convinto

di Carlo Patatu

S

u una specie di grande scrivania, dotata di un sopralzo con scaffale e posta sulla parete che gli stava di fronte, teneva a portata di mano il vocabolario Melzi[1], alcune edizioni della Bibbia e dei Vangeli, una bella raccolta di giornali e la serie completa delle monografie che il Touring Club Italiano aveva dedicato alle regioni d’Italia. Si trattava di pubblicazioni di grandi dimensioni con la copertina di colore celeste, stampate su carta patinata e impreziosite da una ricca dotazione di fotografie in bianco e nero, tratte per lo più dagli archivi dei celebri editori Alinari[2] di Firenze.

A me, fin da quand’ero scolaro alle elementari, il signor Antonino aveva concesso il privilegio di consultare quei libri magici, non mancando mai di raccomandarmi di non bagnare il dito con la saliva, prima di sfogliarne le pagine. Fu così che i miei primi viaggi in Italia li feci proprio nella sua bottega, passando a volo d’uccello da una città all’altra, ammirando estasiato vedute panoramiche e musei, palazzi storici, piazze e monumenti famosi. Tant’è che, quando i viaggi ebbi modo di farli per davvero, mi pareva di esserci già stato in quei luoghi, nelle città e nelle piazze che avevo già visto con gli occhi dei fratelli Alinari. Ma standomene per ore e ore a fantasticare in piedi, davanti a quel tavolo straordinario, sempre ingombro di libri e di carte.

Sebbene si dichiarasse non credente e anticlericale[3], era un lettore attento e scrupoloso dei testi sacri. La Bibbia e i Vangeli non avevano segreti, per lui. Ne conosceva a menadito anche le parti meno frequentate dai più. A riprova di ciò, stavano le sue innumerevoli annotazioni a margine dei testi, tracciate meticolosamente a matita. Dotato di una memoria di ferro, era sempre pronto a citare passi e versetti, quando entrava in disputa con qualcuno che aveva l’ardire di tenergli testa.

A questo proposito, ricordo le dispute, sempre accese, intavolate con don Christòvulu[4], che gli era cugino. Un giorno, in piazza di chiesa e proprio di fronte al salone da barbiere di tiu Paulantoni, i due ebbero a baccagliare a lungo, discettando sui miracoli di Gesù riportati nei Vangeli. Come al solito, il canonico e il signor Antonino sostenevano con calore tesi diametralmente opposte: fedele allo spirito e alla lettera delle Sacre Scritture il primo; del tutto scettico il secondo. La discussione andava avanti da quasi un’ora, senza che nessuno dei contendenti si decidesse a chiuderla. Fra l’altro, era già mezzogiorno. A un certo punto, il signor Antonino chiese a bruciapelo se era vero che Gesù, a chi lo interrogava sui miracoli, fosse solito rispondere ...quelli che credono... nel mio nome... imporranno le mani ai malati e questi guariranno[5]. Al canonico, stretto all’angolo, non restava che confermare la veridicità di tale affermazione, che compare effettivamente nei testi della tradizione cristiana. A quel punto, il suo cugino antagonista e mangiapreti, tendendogli la mano sinistra, sbottò: “E allora raddrizzamela questa mano anchilosata, se ne sei capace!”. Don Christòvulu divenne paonazzo per la rabbia e, non sapendo più dove andare a parare, gli voltò le spalle e lo piantò in asso, dirigendosi verso casa. Non prima di averlo mandato solennemente a quel paese. In sardo e con un’espressione colorita che lascio all’immaginazione di chi legge.

C’è da dire che il signor Antonino ci prendeva proprio gusto a provocare quelle dispute. Era più spesso lui ad accendere la miccia della discussione. Anche quando i suoi interlocutori se ne stavano tranquilli e nessuno di essi pareva intenzionato a imbarcarsi in diatribe di cui era difficile prevedere l’epilogo. E che talvolta apparivano addirittura inutili, se non proprio fuori luogo.

Sentite questa.

Col suo tornio, lavorando da cesellatore sopraffino, era riuscito a mettere insieme due monete da dieci centesimi (unu soddu[6]), ricavandone una sola che, dietro una leggera pressione su una delle facce, si apriva come una scatola di lucido per scarpe. A prima vista, la moneta non manifestava alcun segno che potesse ricondurre al trucco. Sembrava proprio intatta. Ma non basta. All’interno di quella scatolina magica aveva realizzato un incavo circolare, lo spazio giusto per incastravi una monetina da un centesimo (una sesina[7]). Ebbene, il nostro uomo si divertiva come un bambino a chiedere in giro quanti centesimi valesse quel pezzo, che esibiva compiaciuto e sornione sul palmo della mano destra. La risposta era ovvia: unu soddu! E cioè dieci centesimi. No, replicava di rimando; vale di più. Da qui ad accendere una discussione che sconfinava con la scommessa immancabile il passo era breve. Naturalmente i suoi contraddittori restavano con un palmo di naso, quando il vecchio dalla barba bianca dimostrava, aprendola, che quella moneta di centesimi ne conteneva, non dieci, bensì undici.

Era fatto così.

2 - continua

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 163-173.



[1] Giovanni Battista Melzi (1845-1911), lessicografo autorevole, deve la sua fama soprattutto alla pubblicazione de Il nuovissimo Melzi, dizionario della lingua che ebbe molto successo per lungo tempo.

[2] Leopoldo Alinari (1832-1865) fondò in Firenze l’omonima casa editrice specializzata in pubblicazioni e riproduzioni fotografiche di opere d’arte (ne furono prodotte oltre 70.000). Dopo di lui, l’iniziativa fu portata avanti con successo dai fratelli Giuseppe e Romualdo, entrambi scomparsi nel 1891.

[3] Nella ricorrenza della presa di Porta Pia (20 Settembre 1870), non dimenticava mai di esporre nella vetrina del laboratorio l’elenco dei soldati morti in quella circostanza, addebitandone la responsabilità interamente a Pio IX, che non riscuoteva la sua simpatia.

[4] Cfr. Don Christòvulu, pagina 93.

[5] Cfr. Vangelo secondo Marco, 16,15-18.

[6] Un soldo, così si diceva in sardo.

[7] Così, in sardo, era identificata la moneta da un centesimo. Tant’è che chi era spiantato diceva no appo mancu una sesina; (non ho nemmeno un centesimo).

Ultimo aggiornamento Domenica 07 Marzo 2021 14:28
 

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