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Il signor Antonino Falchi – Prima parte PDF Stampa E-mail
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Venerdì 05 Marzo 2021 16:31

Orologiaio e fotografo, era un uomo geniale ma, a volte stravagante - Ricco d’inventiva e lettore attento della Bibbia e dei Vangeli, sebbene si proclamasse anticlericale convinto

di Carlo Patatu

G

enio e sregolatezza erano i tratti distintivi di un personaggio abbastanza singolare, che ebbi modo di conoscere e frequentare con assiduità durante gli anni della mia infanzia. Si chiamava Antonino Falchi[1], era vedovo e viveva coi figli Maria Caterina[2] e Battista[3].

Diversamente dalla consuetudine, la gente lo gratificava dandogli del signore, invece di chiamarlo semplicemente tiu[4], come sarebbe stato più logico e nel rispetto della tradizione locale. Invece, con questo appellativo gli si rivolgevano soltanto i suoi parenti. Il titolo di signore stava a significare che si trattava di persona con la quale in paese non si aveva granché di confidenza. Forse perché il signor Antonino era lontano culturalmente dal mondo agro-pastorale (suo padre era stato per un quindicennio segretario di questo comune). Ma anche perché le vicende della vita lo avevano portato a vivere lontano da Chiaramonti per parecchi anni. In Romagna, terra di origine di sua moglie[5], e in altre contrade della Penisola durante il servizio militare, prestato in guerra (1915-18) come specialista del Genio. Era un salutista, non fumava e non beveva vino. Si concedeva un brindisi soltanto nella ricorrenza della festa di Santa Barbara[6], patrona dei genieri.

Alto e di corporatura asciutta, aveva un non so che di distinto, un tratto aristocratico. D’inverno teneva sempre una mantella grigioverde a ruota ad avvolgergli le spalle ossute. Gli scarponi con suole di gomma costantemente slacciati, perché soffriva di gotta. Capelli e barba lunghi e di un bianco che volgeva ormai al giallino. Sembrava Leonardo da Vinci. Di primo acchito, incuteva soggezione. I compaesani gli si rivolgevano con tatto e circospezione; anche per via di certe sue stravaganze e perché prendeva cappello facilmente. In realtà, a ben conoscerlo, si scopriva che era uomo di buon cuore, di grande disponibilità e, a dispetto delle apparenze, sensibile, niente affatto burbero e per niente presuntuoso.

Io lo conobbi che era ormai anziano. La mia famiglia e la sua vissero per tanti d’anni d’amore e d’accordo nel medesimo edificio: loro al primo piano e noi in quello terreno. Avevamo in comune l’ingresso, un lungo corridoio, un improbabile servizio igienico (sarebbe più corretto chiamarlo latrina) e il cortile. Fruivamo insieme anche di un pozzo, che ebbe a soddisfare puntualmente le esigenze nostre e del vicinato. Fino ai primi anni Cinquanta del Novecento, quando i rubinetti dell’acquedotto pubblico fecero la prima comparsa nelle case del paese.

Il cortile, dominato da un fico gigante e generoso, era il luogo preferito dei nostri giochi infantili. Mia madre, pur di averci a portata di mano (e di battipanni, all’occorrenza) lasciava che ciascuno di noi ospitasse i propri compagni. E siccome eravamo una mezza dozzina di figli, in quello spazio all’aperto razzolavano di solito non meno di una ventina di bambini. Una bella schiera di puledri imbizzarriti da controllare e sopportare. Soltanto quando compariva signor Antonino, sempre alle stesse ore e per le medesime incombenze, ci ritiravamo in buon ordine. Gli lasciavamo volontariamente il campo libero. D’altra parte, mia madre non permetteva in alcun modo che potessimo intralciarne le abitudini con scorribande e urla, sia pure gioiose.

Signor Antonino Falchi era un uomo straordinario e d’intelligenza vivace. Quello che si dice un genio. Di mestiere faceva l’orologiaio e il fotografo. Ma trovava il tempo per divorare libri e giornali. Si teneva costantemente aggiornato sugli accadimenti recenti e remoti. Era uno dei pochi, in paese, a leggere anche un quotidiano a tiratura nazionale. Oltre a quello sassarese L’Isola, che ogni pomeriggio gli passava suo cugino dottor Grixoni[7], leggeva anche Il Telegrafo. Due stanze del piano terra erano a sua completa disposizione: una la usava come laboratorio, perché disponeva anche di un accesso diretto dalla strada; l’altra fungeva da camera oscura. Entrambe erano strapiene di libri, scaffali, mobili e scatole contenenti materiale fotografico. Quel vecchio estroso conservava di tutto e di più, in un disordine pittoresco. Quelle due stanze erano una specie di bazar, dove il signor Antonino riusciva a trovare sempre e in un battibaleno quello che andava cercando. Ma se la ricerca andava a vuoto (il che gli accadeva di rado) erano dolori. Allora sì che gli montava la collera. Se la prendeva inevitabilmente con chi, avendo osato di mettere mano a sproposito nel suo regno, si era permesso di riordinare le sue cose, facendogli così perdere l’orientamento in quella sorta di bottega degna del dottor Mabuse[8].

Al laboratorio di orologeria si accedeva dalla via Lamarmora. Per gran parte della giornata, il nostro uomo se ne stava seduto sulla parte destra della stanza, davanti a un tavolo da lavoro che, oltre al minuscolo tornio a pedale, presentava una ricca dotazione di teche di vetro, cassetti e cassettini con dentro una miriade di oggetti; il pane quotidiano del suo lavoro. Pezzi di ricambio, molle esaurite e nuove, viti microscopiche, rotelle dentate, ingranaggi vari e la dotazione completa degli utensili per il prezioso tornio. Col quale era capace di ricostruire abilmente gran parte dei pezzi di ricambio degli orologi tascabili Roskopf-Wille Frères, le simpatiche e robuste cipolle tascabili che i nostri nonni gli portavano da riparare.

In tempo di guerra, di ricambi non ce n’era; ma il signor Antonino, con abilità eccezionale e con pazienza certosina, riusciva a riprodurre alla perfezione pomelli e ancore oscillanti; anche se di piccole dimensioni e di struttura complessa. Spingendo sui pedali del tornio e manovrando con maestria le due manovelle, faceva scorrere con precisione gli utensili sulle apposite selle. In senso trasversale e longitudinale a un tempo. Non poteva permettersi di sbagliare una mossa, trattandosi di rispettare misure dell’ordine del decimo di millimetro. E quando gli accadeva di cadere in fallo, non mancava di prendersela col visitatore inopportuno che, irrompendo nel laboratorio al momento sbagliato, gli aveva fatto perdere la concentrazione abituale.

Poiché era affetto da disturbi di natura reumatica alle articolazioni, manifestava qualche difficoltà nei movimenti. Specie quando doveva mettersi in piedi. Pertanto aveva ideato un meccanismo complicato e geniale per aprire e chiudere la porta a vetri del laboratorio senza fare un solo passo. Con un sistema di corde e saliscendi, carrucole e tiranti, faceva scorrere il cricchetto e il passante della serratura (sempre bene oliati) senza scomodarsi dal suo posto di lavoro.

I suoi clienti e visitatori, stupiti da tanta inventiva, non sapevano resistere alla tentazione di toccare con le mani quel meccanismo complesso e delicato. Per venire a capo del funzionamento di quella specie di diavoleria. Ma la cosa non andava per niente a genio a signor Antonino, il quale paventava guasti inevitabili che i curiosi avrebbero potuto provocare; e pertanto conseguenti seccature per lui. E poi non gli garbava che altri ficcassero il naso nelle sue cose. Per giunta qualche mano lesta, approfittando di una qualche sua distrazione, aveva osato portargli via qualche oggetto da quel laboratorio straordinario. Ecco perché decise di appendere a uno dei tiranti, bene in vista per chi entrava, un cartello con la scritta: Sas manos a unu ganzu[9]. Un avvertimento molto eloquente. Che fece storcere il naso ai più; ma servì egregiamente allo scopo.

1 - continua

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 163-173.



[1] Antonino Falchi (1875-1954) era il dodicesimo figlio di Battista Falchi Manca, che fu segretario del Comune di Chiaramonti per una quindicina di anni.

[2] Maria Caterina Falchi Gemma vive attualmente a Roma.

[3] Battista Falchi jr, meccanico e commerciante di elettrodomestici, scomparve nel 1972 a 49 anni.

[4] Si usava (si usa ancora) rivolgersi con l’appellativo tiu o tia (zio o zia) alle persone del luogo, ancorché non legate da vincoli parentali, in segno di una familiarità rispettosa. Il titolo di signore, signora o signorina erano riservati ai forestieri e agli aristocratici, veri o presunti che fossero.

[5] Teresa Spreti (1888-1933) era venuta a Chiaramonti come ostetrica da Modigliana (Forlì) subito dopo la Grande Guerra. In paese aveva conosciuto il signor Antonino Falchi, che poi sposò nel 1921.

[6] Ricorre il 4 Dicembre.

[7] Cfr. Don Christòvulu, pagina 93.

[8] Cfr. Il diabolico dottor Mabuse, film di Fritz Lang prodotto dalla CEI-INCOM.

[9] Alla lettera: che le mani (di chi tocca ciò che non deve) gli si pieghino a gancio; e cioè gli si paralizzino, diventando così inutilizzabili.

Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Marzo 2021 16:57
 

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