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Su Mastru[1] - Prima parte PDF Stampa E-mail
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Sabato 27 Febbraio 2021 17:30

Pasquale Brau giunse a Chiaramonti giovanissimo e ci restò per il resto dei suoi giorni, fatta eccezione per gli ultimi anni, trascorsi a Sassari presso il figlio Nicola – Insegnante per antonomasia, in paese Su Mastru era lui e non altri

di Carlo Patatu

E

ra arrivato in paese negli anni Venti. Da Orotelli, in provincia di Nuoro, e con in tasca il foglio di nomina d’insegnante nella nostra scuola elementare.

Probabilmente, Chiaramonti doveva essere per lui una sede provvisoria come tante altre; così come accade ai maestri al primo incarico. Invece, non solo mise radici in questo paese, ma ci prese pure moglie e, fatti salvi gli ultimi anni della sua vita, ci visse stabilmente. In breve, divenne e si sentì chiaramontese a tutti gli effetti.

Si chiamava Pasquale Brau[2]; ma per tutti noi era Su Mastru. Come dire, oggi, l’Avvocato oppure il Cavaliere. In breve, la Scuola a Chiaramonti era lui. In persona. Basso di statura e di corporatura robusta, curava l’igiene in maniera quasi ossessiva, per quei tempi. Le mani rosee esibivano dita tozze dalle unghie tagliate sempre a misura e senza l’ombra, benché minima, di sporco. Era un salutista della prima ora: non beveva e non fumava. Amava fare lunghe camminate, marciando con passo spedito e busto eretto. In gioventù aveva avuto problemi alla vista; probabilmente per via di qualche infezione agli occhi. Pertanto il suo sguardo, sempre penetrante e autorevole, assumeva un plus di severità quando portava gli occhiali scuri. E cioè quasi sempre.

Fuori dalle aule scolastiche, comunicava usualmente in lingua sarda, con l’accento barbaricino tipico degli orotellesi; e che non perdette mai, sebbene avesse lasciato il paese natio poco più che ventenne. Su quel suo modo di parlare noi scolari ci ricamavano un po’, trovando quanto meno curiosi certi suoi modi di dire, certe espressioni colorite. Specie quando si lasciava vincere dalla passione o dalla rabbia.

Non fece fatica ad acquistare stima e prestigio fra le sue colleghe; come pure fra i genitori della larga schiera di alunni che affollarono le sue classi. D’altra parte, fu per lunghi anni l’unico insegnante di sesso maschile in una scuola abbondantemente femminilizzata. Pertanto, le maestre con bambini particolarmente difficili da governare, quanto a disciplina, non esitavano a ricorrere a lui, quando non riuscivano a contenere l’esuberanza di quei soggetti ribelli e per nulla rispettosi delle regole della convivenza scolastica o familiare.

Di solito, il maestro Brau riusciva a risolvere il problema con interventi decisi, sempre tempestivi e persino autoritari. Nei casi estremi, e cioè spesso, faceva ricorso a una bacchetta che, guarda caso, aveva il potere di rimettere ogni cosa al suo posto. Le bacchette, per la verità, facevano parte degli arredi scolastici, a quel tempo. Come la predella dell’insegnante e l’angolo del castigo dietro la lavagna per i più discoli. Di bacchette ne avevano almeno una a testa anche le altre insegnanti. Ma quella del maestro Brau era particolarmente robusta e nodosa; e perciò assai convincente. Provate a chiederlo agli scolari indisciplinati che ebbero modo di assaggiarne il sapore.

Quando faceva lezione, nell’aula c’era sempre silenzio. Assoluto. Un po’ perché era molto severo, come ho detto; ma anche perché era un affabulatore che sapeva parlare ai bambini. Conosceva l’arte di affascinarli e di catturarne l’attenzione. Tuttavia, gli indisciplinati non mancavano; soprattutto perché, nella stragrande maggioranza, gli alunni erano pluriripetenti. Pertanto con qualche anno in più del previsto. E siccome, specie fra i maschi, l’indisciplina cresceva proporzionalmente con l’età, non era sempre facile indurre al rispetto e ridurre alla ragione i più riottosi. Allora entrava in scena la sua bacchetta magica. Proprio per questo motivo, il maestro Brau, per consuetudine ormai consolidata e col pieno gradimento delle colleghe, si faceva carico delle classi quarta o quinta. Anche negli anni in cui io frequentai le elementari, Su Mastru ebbe a che fare con quelle due classi; ma, tenuto conto che a frequentare le lezioni eravamo in pochi, ci riunì in una pluriclasse. Quarta e quinta insieme. E così ebbi l’opportunità di essere suo allievo per un biennio. Ricordo che mi fece sedere al primo banco della fila di sinistra; dei maschi ero il più piccolo per età. A dire il vero, ero io ad avere quella giusta; semmai erano i miei compagni a vantare da due a quattro anni in più. Avevano dovuto ripetere più classi.

Ho il ricordo ancora vivo di quanto ebbe a penare il mio maestro per via di certi alunni, grandi e grossi e senza voglia di studiare. Fra questi, c’era anche compare Giovannino[3], mio caro compagno d’infanzia, a rendergli difficile l’esistenza. Era simpatico e allegro; ma anche un vulcano in eruzione continua. Ogni giorno ne combinava una nuova. Di certo le sue birichinate non avevano fini malvagi; ma è un fatto che gli riusciva facile mandare in tilt quell’uomo, che pertanto gli si rivolgeva abitualmente con la bacchetta a portata di mano. Al riguardo, c’è da precisare che Su Mastru aveva avuto carta bianca dal padre di quel mio amico. Pertanto bacchettate e punizioni fioccavano su di lui tanto abbondanti quanto inutili. Era come pestare l’acqua nel mortaio. Diversamente dagli altri scolari, compare Giovannino indossava un cappotto pesante di lana grigia; un capo di abbigliamento molto raro, allora. Sua madre, abile sarta da uomo, glielo aveva confezionato su misura utilizzando, in tempo di guerra, una calda coperta militare. Ebbene, quel cappotto era capace di ammortizzare in modo egregio le bacchettate che piovevano senza risparmio sulla sua schiena di alunno impertinente. Seduto in terza fila, non appena vedeva il maestro scendere dalla predella e dirigersi verso di lui, tirava su il bavero e c’infilava sotto la testa. Come la tartaruga. Si chiudeva a bozzolo e, come un sommergibile, se ne stava in immersione fino a quando l’azione della bacchetta non si era esaurita. Ecco perché si ostinava a indossare quell’indumento provvidenziale anche fuori stagione. Meglio patire il caldo che i colpi, diceva.

L’aula conteneva due file di banchi di legno, robusti e scomodi: da una parte sedevano le femmine, dall’altra i maschi. Lungo il corridoio angusto che separava le bancate, il maestro Brau andava avanti e indietro, mentre spiegava la lezione; ma, soprattutto, quando i suoi alunni erano impegnati nello svolgimento dei compiti in classe. Copiare era proibito. Tassativamente. Tenendo le mani dietro la schiena, il maestro impugnava saldamente la bacchetta nodosa che, di tanto in tanto, gli piaceva poggiare sugli scrittoi dei banchi corrispondenti delle due file. Facendo leva contemporaneamente con entrambe le mani sulla verga, si sollevava lentamente fino a staccare i piedi dal pavimento. Quindi andava su e giù per una mezza dozzina di volte. Amava molto praticare quell’esercizio fisico, che gli doveva tonificare i muscoli delle braccia.

La bacchetta robusta, bene incastrata sullo scrittoio nel solco destinato a trattenere le penne e le matite, assicurava una buona tenuta, peraltro collaudata più e più volte nel corso degli anni. Ma un giorno (ricordo che eravamo alle prese con la risoluzione di un problema di geometria) il maestro ebbe l’idea non felice di cimentarsi in quell’esercizio andando a poggiare la bacchetta sul banco di compare Giovannino. Che, manco a dirlo, non si lasciò sfuggire un’occasione tanto ghiotta. Con tempismo perfetto, colse l’attimo in cui il maestro, allentando la presa, poggiava i piedi a terra, prima di passare alla fase successiva; con l’indice, il mio compare sospinse lateralmente la verga di qualche centimetro. Quanto bastava per collocarne la punta sull’estremità dello scrittoio. Quasi in bilico. Riprendere l’esercizio, stringere la bacchetta fra le mani, esercitarvi la pressione consueta e sentirsi venir meno la base d’appoggio fu per il maestro un solo istante. Fece un tonfo e si ritrovò, sbalordito, col sedere per terra. Inutile dire che non perdette tempo a indagare su chi poteva essere stato l’autore della bravata. Compare Giovannino, che sapeva il fatto suo, era già in immersione, col bavero ben stretto a chiudere ogni pertugio che lasciasse intravedere il volto e la testa. La bacchetta, agitata con perizia, fece il proprio dovere. E il cappotto pure. Ma, da quel giorno, il maestro chiuse per sempre con quel suo curioso esercizio di ginnastica.

 

1 – continua.


CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 129-136.



[1] Il Maestro.

[2] (1895-1984), riposa nel cimitero di Chiaramonti.

[3] Cfr. S’abba santa, pagina 73.

Ultimo aggiornamento Sabato 27 Febbraio 2021 18:10
 

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