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Sas cartas de tìa Mìnna[1] PDF Stampa E-mail
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Martedì 20 Febbraio 2018 16:36

Una vecchietta che, tanti anni fa, presumeva di trarre auspici da un vecchio e logo mazzo di carte, placando sovente le ansie di ragazze innamorate e di adolescenti sognatori

di Carlo Patatu

Anche i cultori della cartomanzia presumevano di fornire risposte esaustive a chi desiderava conoscere in anticipo come si sarebbero risolte certe faccende. Soprattutto di cuore.

In paese c’era una donnetta minuta e scarna, simpatica e cortese, capace (così lei sosteneva) d’interpretare la carte: tìa Mìnna[i]. Nonostante l’età, era a suo modo di mentalità moderna e di larghe vedute. Non si turbava in presenza di situazioni le più scabrose e mostrava molta comprensione per certi atteggiamenti controcorrente dei giovani di allora. Di tanto in tanto, si concedeva pure lo sfizio di prendere il mare per un viaggetto in Continente. Da sola. Facendo così storcere il naso ai benpensanti di questo paese, per lo più a vocazione maschilista.

Frequentavano la sua casetta soprattutto adolescenti follemente innamorate quanto ansiose di ricevere, dai giovincelli che le avevano ammaliate, pronunciamenti e attenzioni che, invece, quelli là parevano abbastanza restii a manifestare. Andavano a trovarla anche ragazzi e ragazze di età più matura, i quali si aspettavano da lei consigli che valessero a facilitare la realizzazione delle proprie fantasie, dei propri sogni giovanili.

La vecchietta faceva accomodare l’ospite e gli si sedeva di fronte, attorno a un tavolino. Quindi prendeva da un cassetto il solito mazzo di carte ormai logore, che mischiava più volte con serietà mista a destrezza. Poi chiedeva all’interlocutore di smazzarle. Dopo di che metteva in campo le prime dieci e le disponeva in bell’ordine sul tavolo, avendo cura di tenerne accuratamente nascoste le figure. Probabilmente per amplificare la tensione, peraltro già alta, e suscitare nel cliente sentimenti d’inquietudine per la sorpresa che sarebbe scaturita allorquando essa, da abile cartomante, con fare cerimonioso che conferiva solennità a ogni suo gesto, metteva in chiaro le immagini. Una per volta. Lentamente. Le esaminava in successione e con cura, come se non le avesse mai viste prima. Poi, fissando con autorevolezza lo sguardo inquieto di chi le stava di fronte, dava corso a una sorta di panegirico interpretativo inerente a quel che, a parer suo, stessero a significare le figure estratte.

Parlava lentamente, quasi sillabando le parole e accompagnandole con occhiate allusive. Quando il responso pareva imboccare una strada che non andava nel senso atteso, tìa Mìnna sgranava gli occhi e, puntando il dito sulla carta da lei stimata sconveniente, esclamava con tono severo:

“Àhi, àhi! Abbàidalu ‘ène: cùstu est s’inimìgu. Inòghe che sùni sa falzidàde e-i s’ingànnu. Istabbèi attènta fìza mi’, ca sas còsas si pòdene pònenere màle[ii].

Per dirla tutta, la vecchia non faceva salti di gioia nell’annunciare brutte nuove. Ecco perché, in genere, alle giovani sognatrici essa si sforzava di dispensare vaticini per quanto possibile incoraggianti, volti a suscitare sentimenti di attesa fiduciosa. D’altra parte, come poteva deludere quelle ragazzine che seguivano con fede cieca, occhi sbarrati e in silenzio religioso, ogni suo gesto durante lo svolgersi del rito e del suo argomentare pomposo nella fase interpretativa? Se poi l’oracolo si rivelava una bufala, pazienza! Lei ci aveva provato. Mettendoci impegno, scienza e buona volontà.

Attorno a quel tavolino sedettero, oltre ai giovinetti che pativano pene d’amore, pure madri e mogli in ambasce per figli e mariti richiamati in guerra. Ma anche allevatori che, nottetempo, si erano visti sfilare sotto il naso le greggi a opera di abili abigeatari, molto esperti nel far prendere il largo a pecore e bovini per farli approdare in altri lidi. Oltre il Gocèano, verso i monti della Barbàgia. Per tutti costoro la maga aveva una risposta netta. Che, ovviamente, non poteva essere sempre positiva.

Talvolta le toccava di deludere le attese dei postulanti. Pertanto i suoi vaticini potevano infondere coraggio e speranza, come pure accrescere disperazione e sconforto. In ogni caso, tìa Mìnna non si sottraeva mai al dovere professionale di dispensare anche suggerimenti di ordine pratico, dettati soprattutto dall’esperienza che le derivava dall’avere i capelli candidi e ormai radi.

A un giovane afflitto da tormenti d’amore e già in odore di depressione per via di certa indifferenza che continuava a manifestare nei suoi confronti la ragazza che gli aveva stregato il cuore, disse che la sua situazione sentimentale si presentava alquanto complicata. Ciononostante era certa di avere tratto un qualche auspicio favorevole dalla lettura delle carte. Perciò si ritenne in dovere di raccomandargli:

Ti lu nàro lìzitu, càru mèu. In s’interèsse tòu. Già s’ìdet chi tùe ses delirànte pro cùsta fèmina. Ma si pròpiu la chères, non l’abbandònes. Fàghedi coràggiu e ammèntadi sempre chi sa fèmina est che-i s’ùmbra tùa: càndo ti ch’àndas ti pissìghit, càndo la pissìghis ìssa si che fùidi[iii]”.

Però!...


Cfr. C.PATATU, Il paese che non c’è più, Grafiche Essegi, Perfugas 2016, pagg. 262-264.



[1] Le carte magiche di zia Mìnna la cartomante.

 

[i] Zia Mìnna, diminutivo di Maria Domenica.

[ii] Ahi, ahi!, osserva bene: questa figura rappresenta l’avversario, o l’avversaria. Siamo in presenza di falsità e inganni. Cerca di stare all’erta, figlia mia, perché le cose possono mettersi male.

[iii] Te lo dico con franchezza, mio caro: si vede che tu deliri per questa donna. Perciò, se vuoi conquistarla, stalle vicino. Coraggio; ricorda che la donna è come la tua ombra: quando te ne vai ti segue; se invece la insegui, scappa via.

Ultimo aggiornamento Martedì 20 Febbraio 2018 16:50
 

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