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Carnevale e teatro di strada PDF Stampa E-mail
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Lunedì 12 Febbraio 2018 21:16

A Chiaramonti, autori e interpreti della commedia dell’arte, che peraltro non conoscevano, personaggi incredibili animavano le carnevalate degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo passato

di Carlo Patatu

Negli anni dell’immediato dopoguerra[1], si registrò una sorta di esplosione di allegria nei giorni del Carnevale. La gente, che aveva sofferto ogni genere di ansie e privazioni per cinque lunghi anni, non poneva freno al desiderio impetuoso di abbandonarsi alla pazza gioia.

Semel in anno, licet insanire[2], sostenevano gli antichi Romani, confortati in ciò da Seneca, Orazio e perfino da Sant’Agostino. La locuzione fa riferimento a una sorta di cerimoniale collettivo ricorrente in un certo periodo dell’anno, quando chiunque è autorizzato a non rispettare le convenzioni religiose e sociali e a comportarsi come se fosse altra persona.

Da qui la consuetudine di vestirsi a trabulazzone[3], a Carnevale, ponendo in essere stili e modalità comportamentali del tutto differenti dal solito.

Negli anni Quaranta, a Chiaramonti non conoscevamo ancora le sfilate di carri allegorici. Un solo carro agricolo, trainato da una coppia di buoi, addobbato con tappeti sardi e imbandierato con canne verdi, faceva il giro del paese nel pomeriggio del Martedì Grasso per portare in trono la reginetta e il principino del Carnevale, eletti durante il veglione della Domenica.

Ma a me piaceva soprattutto assistere alle scenette da teatro di strada che s’inventavano alcuni gruppi di simpatici buontemponi. Che, senza un copione predisposto, si affidavano all’inventiva e, indossando costumi improbabili, davano corso a spettacoli molto divertenti. Costoro seguivano i canoni classici della commedia dell’arte. Di cui, peraltro, non conoscevano nemmeno l’esistenza.

Tìu Farìcu Lezzèri, abile e facoltoso commerciante, era uno di questi. Se avesse calcato le polveri delle aule di Giurisprudenza, sarebbe diventato un bravo avvocato. La parlantina non gli mancava, per cui era solito mettere in scena un intervento chirurgico su Giolzi[4], per tentare di salvargli la vita, compromessa, a suo dire, da un male terribile.

Ebbene, tìu Farìcu, che era bassotto e zoppo, indossando il camice bianco del chirurgo se ne stava ritto sul terzo gradino della scalinata di accesso alla chiesa parrocchiale. Quattro portantini gli si piazzavano di fronte, tenendo in spalla una scala di legno da muratore, sulla quale stava disteso, all’apparenza più morto che vivo, Mastru Matteu, a interpretare Giolzi che, ricoperto da un ampio lenzuolo, doveva essere operato. Sotto il lenzuolo, opportunamente nascosta, stava una gallina, alla quale qualcuno aveva provvidenzialmente già tirato il collo.

Quel chirurgo straordinario, come fosse in un’aula anatomica dell’Università, brandendo un coltellaccio fingeva di aprire la pancia del paziente e ne prelevava pezzi d’interiora; quindi le esponeva alla pubblica piazza e ne illustrava, con abbondanza di particolari, ulcerazioni e infiammazioni varie, per cui andavano eliminate. Procedendo di questo passo, seguito con attenzione particolare dall’uditorio attonito, passava a esaminare il fegato che, manco a dirlo, era stracarico di noduli e altre malesorti e perciò andava sradicato dal corpo del povero Giolzi. Il quale se ne stava buono e paziente. E così, fra una declamazione e l’altra, volavano qua e là pezzi di frattaglie, di fegato, di stomaco, di polmoni e finanche qualche osso. Con grande gioia dei cani presenti, che si fiondavano su quel ben di Dio che gli capitava a proposito.

A operazione compiuta, tìu Farìcu con voce stentorea ordinava al paziente di svegliarsi e risorgere. E così, nel tripudio generale, Mastru Matteu/Giolzi scendeva dalla lettiga/scala e si rimetteva in piedi. Guarito perfettamente da quel dottor Dulcamara dalle mani prodigiose.

Noi ridevamo di gusto ed eravamo felici.

Altro personaggio che vivacizzava le giornate del Carnevale chiaramontese era il barbiere tìu Pàulu Mannòne. Di cui, sul versante della professione, non posso dire gran che. Non essendo stato suo cliente, non ebbi modo di saggiarne le doti in veste di barbiere. Ne parlo solo per sentito dire.

Come nel caso di tìu Militare[5], anche per tìu Pàulu quella del figaro era un’attività accessoria, essendo uomo di campagna pure lui. Dava prova di abilità nel destreggiarsi con zàppu e rustàgliu[6] più che con forbici, pennello, cipria e rasoio. Posso affermare tuttavia, senza il timore di offenderne la memoria, che tìu Militare, nonostante tutto, in fatto di barberia gli dava sicuramente dei punti. Molti. E con ciò sia detto tutto!

L’uomo mi era più noto come il simpatico trabulazzòne che animava le giornate del Carnevale in coppia con tìu ‘Aìnzu Unàle[7]. Vestito da donna con giuppòne, trinzèddu e faldìtta[8], teneva goffamente fra le mani sa rùcca cun d’unu pinnìzzo ‘e làna e-i su fùsu[9]. Filando, o facendo finta, tìu Pàulu girava per le strade del paese sproloquiando contro quella specie di marito beone e nullafacente che sapeva interpretare in modo egregio il suo amico di sempre, abile cacciatore e uomo simpatico quanto mai.

Noi bambini gli stavamo appresso; il divertimento era assicurato e... gratuito. Di tanto in tanto, i due si fermavano in qualche slargo per meglio rappresentare le loro scene improvvisate, condite con finte liti intervallate da improbabili e grottesche effusioni amorose. Gli astanti ridevano di gusto e offrivano da bere a quei due buontemponi. Che, manco a dirlo, accettavano di buon grado.

Concluso il giro, a notte inoltrata rientravano a casa, ovviamente brilli e malfermi sulle gambe. Per giunta accolti dalle rispettive mogli con coccole e cortesie facilmente intuibili.

Tali accadimenti, che furono momenti importanti dell’infanzia mia e dei miei coetanei, ora fanno sorridere le nuove generazioni. Come, del resto, accadrà fra una sessantina di anni, quando i giovani d’oggi racconteranno ai ragazzi di allora i fatti odierni.

La ruota gira.

 


[1] 1946 e successivi.

[2] Almeno una volta l’anno è lecito comportarsi come persona fuori di senno.

[3] Si dice di chi indossa panni non usuali, così come avveniva (e avviene) nelle sfilate di gruppi e carri allegorici durante il Carnevale.

[4] Re Giorgio, il personaggio mitico del Carnevale in Sardegna, al quale si addebita ogni malefatta e che, inesorabilmente, è condannato al rogo con un processo pubblico e sommario.

[5] Andrea Carboni, barbiere-contadino, rustico ma bonario.

[6] Zappa e roncola.

[7] Gavino Unali.

[8] Camicia di tela robusta con colletto, gonna e grembiule.

[9] Arnesi che si usavano per filare lana, cotone e lino; e cioè la conocchia, l’arrotolato di lana, cotone o lino, il fuso.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Febbraio 2018 19:12
 

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