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Chi era Giorgio Falchi? – parte VI PDF Stampa E-mail
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Domenica 18 Settembre 2016 17:54

Un cronista d’eccezione che racconta fatti e fattarelli accaduti a Chiaramonti, e non solo, negli anni a cavallo fra l’800 e il ‘900

di Carlo Patatu

Il Falchi non si sottrasse nemmeno al compito d’incoraggiare tutte le iniziative ritenute importanti per il progresso sociale e culturale della propria comunità; né di strigliare con severità gli amministratori civici di turno, quando gli pareva che i loro comportamenti fossero volti a favorire pochi privilegiati in danno dei poveri e dei diseredati. Che erano i più.

La sua vis polemica era tale da spingerlo, in qualche occasione, a travalicare i confini della riservatezza e della misura. Talvolta, ma si trattava di episodi isolati, non si trattenne, pur con buone ragioni per la verità, dallo scagliare strali velenosi all’indirizzo degli avversari politici e dal gettare l’ombra del discredito sulle loro persone. Anche con insinuazioni maliziose che colpivano la sfera privata. Il sindaco che più gli stava in uggia era il cavaliere Nicolò Madau, suo cugino! Non gliene lasciava passare una.

Qualche anziano del paese ricorda ancora quell’uomo segaligno e dall’aspetto severo che, avvolto in un pastrano scuro, girava in paese con “su fogliu” fra le mani; e cioè col giornale. Che non disdegnava di leggere a voce alta ai suoi compaesani. I quali, per lo più analfabeti e di animo semplice, gli facevano capannello manifestando curiosità per le cose che egli diceva e rispetto per la sua cultura. Oltre che per l’autorevolezza che promanava dalla sua persona. Visitava di frequente le aule affollate della scuola elementare, interessandosi del profitto degli alunni; col consenso del maestro li interrogava per saggiarne le conoscenze in materia di tabelline, di storia patria o di geografia. Ai più solleciti nel rispondere dava in premio fave secche abbrustolite. Molto gradite da quei bambini e che, allora, erano un po’ come le nostre caramelle o la gomma da masticare[1].

Durante gli anni lunghi e penosi della Grande Guerra, in occasione della tosatura delle pecore si dava da fare per avere in dono dai pastori un po’ di lana grezza. Che veniva lavata, cardata e filata dalle volontarie del paese. Quindi, d’accordo con le maestre, consegnava alle scolare gomitoli di lana ruvida e dal colore improbabile perché, intrecciandola a maglia nelle ore dedicate a quelli che si chiamavano i lavori donneschi, ne facessero calzettoni, guanti o corsetti da inviare ai soldati chiaramontesi impegnati in trincea. Inoltre, durante lo stesso periodo, mise a disposizione di chi ne aveva necessità (non erano in pochi!) le proprie capacità di ottimo scrivano, per comporre lettere da inviare, per conto dei familiari analfabeti, ai soldati impegnati al fronte. E leggendone ovviamente le risposte, quando c’erano[2]. In breve, a Giorgio Falchi stava stretto il ruolo del notabile colto che, chiuso nel suo palazzotto, avrebbe potuto godersi in panciolle i frutti del patrimonio e i privilegi del rango. Si può dire che quest’uomo amò profondamente il proprio paese e che s’impegnò, per quanto gli fu possibile, affinché i chiaramontesi potessero divenire protagonisti del proprio sviluppo sociale, economico e culturale. Soprattutto culturale. Di ciò diede testimonianza concreta al momento della stesura del testamento[3].

I manoscritti danno conto, fra l’altro, del suo impegno profuso nel tentativo, riuscito male sottolineava talvolta con amarezza, di dotare il paese d’un asilo infantile. Ma anche degli sforzi compiuti, più spesso invano, per costituire associazioni e sodalizi finalizzati a tutelare i più deboli; per affrancarli dall’azione vorace di taluni proprietari terrieri e dei soliti “merciaiuoli”. Si devono a lui la nascita della prima Cooperativa in Grano istituita a Chiaramonti, nonché la fondazione della Società di Assicurazione contro i danni cagionati al bestiame “domito”; e cioè agli animali utilizzati nei lavori agricoli usuali. Quell’associazione esiste tuttora, ancorché poco attiva per ragioni ovvie. Ma, fino a qualche decennio addietro, la stessa ha svolto una funzione essenziale e molto apprezzata in favore degli allevatori e degli agricoltori[4].

Un personaggio di tale caratura poteva non impegnarsi in prima persona nel governo del Comune? La risposta pare scontata. Infatti non se ne stette alla finestra. Divenne sindaco nella primavera del 1873 e governò il paese per qualche anno. Si dimise anzi tempo; probabilmente per divergenze con i colleghi del consiglio comunale. Del quale egli fece parte anche in periodi successivi; quando il municipio era retto, rispettivamente, dai sindaci Franchini Nicolò (suocero di quel Nicolò Madau suo cugino che già conosciamo) e Antonio Vincenzo Cossu [5]. Ma anche questa carica si concluse prima del previsto e, inevitabilmente, con le dimissioni. L’uomo era troppo orgoglioso per sottostare a compromessi e ad accomodamenti non graditi.

Il suo zelo e la sua attività di capo dell’amministrazione civica furono connotati da iniziative indirizzate a qualificare soprattutto il versante sociale della vita comunitaria. Accogliendo le iniziative da lui proposte, il consiglio approvò la costruzione della casa comunale-scuola e della nuova chiesa parrocchiale, nominandone il progettista[6]. Lo stesso consiglio deliberò l’esproprio al possidente Gavino Quadu del terreno in zona “S’Abbadorzu” perché l’amministrazione provinciale potesse edificarvi la caserma dei “Reali Carabinieri”[7]. Quell’area, che era costata al Comune la somma di mille lire, fu poi donata alla Provincia[8]. Che ci costruì la caserma negli anni immediatamente successivi. Contemporaneamente si adoperò per la concessione in uso gratuito dell’ex convento dei Carmelitani, “Cunventu” per i chiaramontesi, onde sistemarvi i carabinieri, in attesa della costruzione della caserma[9]. L’esigenza di garantire in paese il presidio di un nucleo di forze dell’ordine era molto sentita. È da rimarcare che Chiaramonti si distingueva dai centri viciniori per via dei numerosi episodi di ladrocinio e di violenze efferate che, commessi sulle persone e sulle cose, vi si registravano con ricorrenza sconcertante. Quindi il nostro si spese perché fosse istituita una stazione del corpo forestale, mettendo subito a disposizione di quelle guardie un’altra ala dello stesso convento. Ugualmente gratis[10]. Una parte residua di quello stabile immenso venne da lui offerta, nella sua veste di sindaco e parimenti in uso gratuito, per accogliere i cavalli stalloni e il personale addetto alla loro cura. A questo proposito, il consiglio deliberò anche di eseguirvi i lavori di ristrutturazione[11]. Nel medesimo edificio, si provvide a sistemare un locale idoneo a ospitarvi l’ufficio del giudice conciliatore[12]. Dio sa, ma lo sapeva bene anche Giorgio Falchi evidentemente, quanto bisogno ci fosse in paese di un uomo “super partes”, capace di mettere d’accordo arroganti e litigiosi. Che non erano pochi. All’amministrazione da lui presieduta é legata pure la realizzazione del nuovo cimitero, su un progetto redatto dallo stesso ingegnere Giuseppe Pasquali[13]. Infine, Giorgio Falchi sindaco fece deliberare la concessione di un sussidio annuo di quattrocento lire per il primo biennio e di lire trecento per gli anni successivi a chi avesse impiantato a Chiaramonti una farmacia. Servizio essenziale che mancava e del quale era molto sentita la necessità[14].

Per quanto attiene alla collocazione politica, sebbene non si sia espresso nella forma di un impegno personale attivo e palese, può dirsi che Giorgio Falchi era un intellettuale illuminato. Una sorta di liberal conservatore che poneva maggiore attenzione allo spessore delle persone più che alla loro appartenenza partitica. Ma il tratto tradizionalista del suo pensiero finiva col prevalere in presenza di talune situazioni concrete come l’irrompere nel panorama nazionale di riforme e novità che, per la loro portata, egli reputava capaci di incidere in maniera significativa, ma con risultati a lui non graditi evidentemente, sul tessuto sociale della comunità. Locale o nazionale poco importava. Due esempi illuminanti. Nel 1912 il Parlamento licenziò la nuova legge elettorale, che estendeva il diritto di voto anche agli analfabeti e a chi non aveva censo, purché di sesso maschile e di età superiore ai trent’anni. Nel 1919 fu introdotto il sistema proporzionale, che consentiva di dare voce anche agli schieramenti politici scarsamente rappresentativi. Ebbene, egli mostrò apertamente di non gradire la novità, in quanto “...l’essere stato esteso l’elettorato agl’inalfabeti, ai nullatenenti e persino ai militari amnistiati in seguito a condanna per diserzione e per tradimento, fe’ si che il più vil gentame della società divenisse l’assoluto arbitro dell’elezioni”[15]. Nel 1907 rientrarono in paese numerosi emigrati che, per qualche anno, avevano lavorato “nelle lontane Americhe” nello scavo del Canale di Panama. Ovviamente quei poveracci tornarono a casa con in tasca qualche soldo in più di quando n’erano partiti. Alcuni di essi, seguendo la “moda americana” e volendo dar prova della nuova condizione economica conquistata, non badavano a spese nelle bettole e nei luoghi di ritrovo. Più spesso esibivano, con ostentazione e incuranti degli ammiccamenti dei compaesani invidiosi, eleganti cappelli di feltro a falde larghe, in luogo della tradizionale “berritta” o del più modesto “bonette”[16]. Una tale esibizione, probabilmente esagerata e al di sopra delle righe, non mancò di urtare la suscettibilità del nostro uomo. Che non fece a meno di annotare come alcuni di quegli emigrati “...mercè il frutto del profi­cuo lavoro riuscirono a fare acquisto di un campicello e di una casa di abitazione, ma il maggior numero i fatti guadagni disper­se nel gioco e nei bagordi. Per cui l'emigrazione nelle Americhe ed in Francia produsse più danni che vantaggi, giacché per causa di essa i vincoli familiari e sociali del tutto ebbero a cessare, la miscredenza nella religione acquistò numerosi proseliti, fu disconosciuta l'obbedienza dovuta alle legittime autorità, irrisa l'osservanza alle leggi, vennero introdotte malattie schifose e sino ad allora dai più sconosciute e finalmente furono divulgate massime sovversive rivolte a turbare la pace sociale a mezzo del­la lotta di classe”[17].


VI – continua


Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti – Le cronache di Giorgio Falchi, Un cronista d’eccezione. Giorgio Falchi, ed. Studium, adp, Sassari 2004, pagg. 59-83.

 


[1] Notizie tratte dalla testimonianza orale di Francesca Pulina nota Ciccia.

[2] Notizie tratte dalla testimonianza orale di Giovanni Patatu.

[3] Cfr. Testamento olografo di Giorgio Falchi, nella parte terza.

[4] L’atto di fondazione della società, redatto dallo stesso Giorgio Falchi, é riportato nella parte terza.

[5] Cfr. Registri delle deliberazioni del Consiglio presso l’archivio storico del Comune di Chiaramonti.

[6] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazioni del Consiglio n. 66 e 67, anno 1873.

[7] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazioni del Consiglio n. 81/1873 e n. 5/1874.

[8] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 13/1875.

[9] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 10/1874.

[10] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 25/1874.

[11] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 26/1874.

[12] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 3/1874.

[13] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 2/1874.

[14] Cfr. Archivio storico del Comune di Chiaramonti, deliberazione del Consiglio n. 10/1875.

[15] Cfr. Infra: 1919 – Elezioni politiche.

[16] Sa berritta e su bonette erano i copricapo più comunemente in uso nei paesi; ma un po’ anche in città.

[17] Cfr. Infra: 1907 – Emigrazione.

Ultimo aggiornamento Domenica 18 Settembre 2016 18:04
 

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