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Pavia, Mario Puddu al Circolo Logudoro PDF Stampa E-mail
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Martedì 09 Febbraio 2016 00:29

Una conferenza magistrale sulla seconda edizione del suo “Ditzionariu de sa Limba e de sa cultura sarda”

di Paolo Pulina

A Pavia, nel pomeriggio di sabato 30 gennaio scorso, presso la sede sociale, il Circolo culturale sardo “Logudoro”, presieduto da Gesuino Piga, ha organizzato la presentazione della seconda edizione del monumentale “Ditzionariu de sa Limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu.

Si tratta di 2872 pagine di definizioni su due fitte colonne, corredate di illustrazioni (più 14 pagine dedicate alla presentazione, alla bibliografia, alle abbreviazioni, ai collaboratori, ai ringraziamenti) pubblicate alla fine del 2015 presso lo stesso editore di Cagliari (Condaghes) che aveva mandato in stampa nel 2000 la prima edizione della già allora ponderosa opera (1828 pagine di due fitte colonne, più una quindicina di pagine introduttive), alla quale il linguista aveva cominciato a lavorare nel 1987.

Cristoforo Puddu ha scritto per questo sito un pezzo che ha già ben illustrato l’importanza della sistematizzazione lessicografica de sa limba sarda operata da Mario Puddu. Si veda: Dizionariu de sa limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu.

Cristoforo Puddu ha giustamente messo in evidenza «il grande successo avuto dalla prima edizione del “Ditzionariu” e dal sito internet correlato (Ditzionariu On Line – www. ditzionariu.org,) che ha collezionato oltre 10 milioni di “visite” per la consultazione delle singole parole in lingua sarda».

Lo stesso ha specificato che «la seconda edizione risulta ampliata sino a raggiungere 111.000 lemmi» e che «è l’intera opera ad essere cresciuta: nei sinonimi e contrari, nei modi di dire, nella fraseologia (vi compaiono citazioni esplicative di oltre 640 autori), nell’ampio campionario di proverbi e nei 1.470 cognomi, nella nomenclatura scientifica e nella rilevante parte grammaticale con 66 verbi coniugati, nelle traduzioni in italiano, francese, inglese, spagnolo e tedesco di un significativo numero lemmi, ben 18.600».

Dati per acquisiti questi elementi informativi (sui quali l’illustre vocabolarista si è ampiamente soffermato illustrando con dovizia di particolari le caratteristiche della sua seconda realizzazione editoriale, frutto, come la prima, di una quindicina di anni di applicazione quotidiana: come dicevano i latini, «nulla dies sine linea»: nessun giorno senza studio-scrittura), è da dire che il discorso di Mario Puddu a Pavia, svolto rigorosamente in sardo, ha affascinato per quasi due ore il folto uditorio per la passione con cui egli ha presentato, dal punto di vista dei Sardi residenti pensosi del destino futuro della propria isola, la condizione della “struttura” storico-sociale della Sardegna e quella della coessenziale-contestuale “sovrastruttura” lingua sarda (che, come ogni lingua, registra-rispecchia la storia).

La notazione di partenza è stata che in Sardegna i Sardi vivono unu iscorriu (strappo, lacerazione, squarcio, discordia, spaccatura, conflitto, conflittualità) perché hanno la precisa sensazione di non essere padroni di se stessi. Sentono che, oltre la storia, stanno rubando loro anche la geografia: come se dall’esterno stessero “chiudendo” l’intera isola. Il destino dei Sardi sembra essere «in manu de su entu». La colpa di questa situazione – dice Puddu – è però di tutti noi che in Sardegna viviamo.

I Sardi che risiedono nell’Isola devono comprendere che essa è una realtà diversa dall’Italia (quanti chilometri più della Sicilia essa dista dalla penisola? Come si fa a considerarle in una identica collocazione geo-politica?). Certo, i suoi abitanti, che sono liberi e responsabili, sanno che bisogna rispettare i diritti nei confronti dei “vicini”, ma bisogna che si attrezzino da subito per evitare che la bella Sardegna diventi presto solo un «ricovero per anziani». A questo proposito, una canzone di protesta-ribellione scritta da Puddu, da cantare sull’aria di “Non poto reposare”, è intitolata significativamente: “Fortza Sardigna, pèsadi e camina!”.

Sul piano linguistico, per Puddu è giusto che venga raccolto tutto quanto il sardo, nelle sue diverse varianti. Egli ha raccontato che fino al 1965 aveva usato praticamente solo l’italiano: solo dopo il servizio militare, si rende conto che del sardo non sa niente e allora si impegna a studiarlo, leggendo il maggior numero possibile di testi scritti in sardo, imparando le diverse varianti e parlando rigorosamente solo “sa limba”.

Il suo scopo fondamentale, dopo la raccolta lessicale, è stato quello di regolarizzare la scrittura conosciuta in modo che al di là delle differenze di pronuncia da zona a zona, da paese a paese chi apre suDitzionariu vi ritrovi un insieme “regolarizzato” delle possibili occorrenze grafiche di ogni termine nei diversi contesti geografici della Sardegna, insomma un sistema ortografico proprio della lingua sarda (un suo libretto è intitolato: “Inditos de ortografia regularizada po totu is foedhadas de su sardu”).

In particolare Puddu ha dichiarato di aver operato per creare un ponte tra tutte le parlate del sardo. In questa direzione, nel costruire il lessico e l’ampia fraseologia del suo “Ditzionariu”, egli ha scelto – data la caratteristica essenziale del “Ditzionariu di spiegare in sardo il significato di ogni lemma della lingua sarda – di utilizzare quella che chiama “Limba de Mesania”.

Ecco come – proprio adoperando tale “Limba de Mesania” – già oggi l’Enciclopedia libera Wikipedia ne definisce le specificità: «S’idea de Puddu est ca sa Arregioni Sardigna arríciat in intrada dogumentus in calisisiat bariedadi, ma impreit po is paperis suus in essida una bariedadi feti de su sardu, assentendi sa de Mesania, est a nai sa de sa zona murra in mesu a Campidanu e Logudoro, spètzia is biddas de su Barigadu, de su Mandrolisai, de sa Brabaxa de Brebí e de Parti Valentza e Brabaxana. A parri suu is puntus de fortza de custa bariedadi funt:

1)su de essi a mesu tretu intra Campidanu e Logudoro, tenendi in comunu cun Cabu de Susu e Cabu de Jossu medas caraterístigas (e duncas iat a podi fai a ponti intra is duus estremus), comenti fait a biri in s'essempru is númenes (camp.: is nòminis; log.: sos númenes);

2) su de essi una bariedadi fueddada diaderus (e no fraigada a taulinu ke sa LSU-Limba Sarda Unificada);

3) su de tenni totu is fonemas caraterístigus de su sardu, sentza de ndhi segai perunu (comenti e sa LSU-Limba Sarda Unificada.) e sentza arrui in pronúntzias tropu partigularis comenti unas cantu fueddadas nugoresas, campidanesas o logudoresas».

Chiudiamo con qualche nota biografica su Mario Puddu.

È nato ad Illorai (Sassari) e risiede a San Giovanni Suergiu (già in prov. di Cagliari, oggi di Carbonia–Iglesias). Profondo conoscitore di tutte le varianti del sardo, “sardo-parlante” del logudorese e del campidanese, ha pubblicato, oltre le due edizioni del “Ditzionariu de sa Limba e de sa cultura sarda”, “Istoria de limba sarda” (2000), “Totu su sardu” (2001) e “Grammàtica de sa limba sarda” (2008).

Nel corso degli anni ha tenuto numerosi corsi di formazione e di lingua sarda per docenti, funzionari e studenti e tenuto il laboratorio di e in lingua sarda nel Master di II livello della Facoltà di Lingue dell’Università di Cagliari (anni accademici dal 2003 al 2007) con successivi laboratori di lingua sarda nei corsi di laurea fino all’anno 2012/2013. Ha pubblicato anche due testi letterari in sardo: “Alivertu”, romanzo autobiografico in sardo logudorese, e “Pro chi libbera torres e sias!”, raccolta di liriche di ispirazione sociale e di passione identitaria.

Puddu è autore anche delle parole de “S’Innu de sa Natzione Sarda: Fortza paris!”.

Ultimo aggiornamento Martedì 09 Febbraio 2016 10:09
 

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