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Rottamare il mito dell’accabadora PDF Stampa E-mail
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Giovedì 14 Gennaio 2016 19:23

Un libro di Italo Bussa, innervato da un’analisi controcorrente, tesa a dissacrare tutta una mitologia

Paolo Pulina

La prefazione di Manlio Brigaglia (riportata per la massima parte sul quotidiano “La Nuova Sardegna” del 18 novembre 2015: è una sintesi perfetta degli argomenti con i quali Italo Bussa procede alla “rottamazione del mito” de s’accabadora, come recita il sottotitolo del suo recente libro “L’accabadora immaginaria” (Cagliari, Edizione Della Torre, 2015, pagine 222).

Numerose sono le opere storiche che hanno dato per veridiche le testimonianze sull’esistenza e sull’attività in Sardegna di questo personaggio femminile: si tratta soprattutto dei resoconti lasciatici nell’Ottocento da diversi viaggiatori-scrittori stranieri e italiani (gli inglesi William Henry Smith, John Arre Tyndale, Robert Tennant e Charles Edwardes; gli italiani padre Giovanni Battista Vassallo, Vittorio Angius, Alberto Ferrero della Marmora, padre Antonio Bresciani e Francesco Poggi).

Ampi riferimenti a questa figura sono presenti anche nella narrazione storica “Folchetto Malaspina, romanzo storico del secolo XII” di Carlo Varese (che non è mai stato in Sardegna ma che è autore anche di un altro romanzo storico di argomento isolano intitolato “Preziosa di Sanluri, ossia i montanari sardi”).

Tutte queste opere pubblicate nell’Ottocento non hanno posto in dubbio il fatto che questa donna (è solo la donna che dà e che quindi può togliere la vita) è veramente esistita e che ha operato nella società sarda fino alla fine dell’Ottocento – inizi del Novecento (sono questi i limiti temporali normalmente indicati dagli autori).

Lo stesso si può dire per i numerosi lavori editi nell’ultimo decennio.

Infatti, riaccesisi prepotentemente i riflettori su questa figura in rapporto al diffondersi a livello di massa del dibattito etico e religioso sulle tematiche dell’eutanasia, una serie di opere ha rivisitato “sa femina accabadora”, che per l’immaginario collettivo ha continuato a rappresentare colei che, chiamata dai parenti, provvedeva a porre fine alle sofferenze del malato terminale colpendolo con una specie di martelletto, con un giogo o, più spesso, soffocandolo con un cuscino.

Nel 2003 le Edizioni Scuola Sarda hanno mandato alle stampe la ricerca di Alessandro Bucarelli e Carlo Lubrano (due medici dell’Università di Sassari) pubblicandola col titolo “Eutanasia ante litteram in Sardegna. Sa femmina accabbadora. Usi, costumi e tradizioni attorno alla morte in Sardegna”.

Del 2007 è l’opera narrativa “L’ultima agabbadora” (Edizioni Gruppo Albatros Il Filo di Viterbo) di Sebastiano Depperu, giovane collaboratore del Museo etnografico Galluras di Luras, in Gallura, l’unico luogo in cui è custodito un esemplare del “rustico martello di legno di olivastro stagionato” usato da “s’accabadora”.

Il romanzo di Giovanni Murineddu “L’agabbadora. La morte invocata” (sempre delle Edizioni Gruppo Albatros Il Filo di Viterbo), uscito in prima edizione nel 2007 ne ha avuto nel 2010 una seconda, riveduta e ampliata. Nel libro, che ha ispirato una sceneggiatura cinematografica, risalta la figura di Ghjuanna Pisanu, agabbadora del paese di Muntigghjoni, di cui si racconta la storia, intrecciata a quella delle persone che richiedono il suo intervento.

All’anno 2007 risale anche lo studio di Andrea Satta La signora della buona morte: l’accabbadora. Riti di morte nella Sardegna tradizionale”.

Del 2008 è la testimonianza raccolta da Dolores Turchi nel volume (con DVD; edizioni Iris di Oliena) intitolato “‘Ho visto agire s’accabadora’. La prima testimonianza oculare di una persona vivente sull’operato de s’accabadora”. Il DVD allegato contiene il filmato di un’intervista, registrata il 25 marzo 2008, alla signora Paolina Concas di 90 anni, che ha visto un caso di “eutanasia sarda”.

Dello stesso anno 2008, pubblicato da un editore autorevole come Einaudi, è il romanzo “Accabadora” di Michela Murgia, con l’avvincente racconto della vicenda della piccola Maria Listru che diventa “figgia de anima” di tzia Bonaria Urrai, una vecchia sarta della quale verrà a conoscere la nascosta attività, diciamo collaterale, evocata nel titolo dell’opera narrativa.

Al romanzo di Michela Murgia, già vincitore del Premio “Giuseppe Dessì” di Villacidro, i giurati del prestigioso Premio “Campiello” di Venezia hanno assegnato il massimo riconoscimento 2010. Ovviamente questi premi hanno favorito un grande successo di vendita del romanzo, che risulta oggi tradotto in diverse lingue straniere. Il best seller è disponibile anche come audiolibro: “Michela Murgia legge ‘Accabadora’ in versione integrale, Roma, Emons Italia, 2010; 1 compact disc (MP3) (4 h 37 minuti).

Nel 2010, nella collana “Antichi mestieri e saperi di Sardegna” (curatore scientifico Barbara Fois), il quotidiano di Sassari “La Nuova Sardegna” ha pubblicato il volume “Dalla accabadora alla medicina popolare”.

Sempre nel 2010, è uscito il volume (Perfugas, Sassari, editori Grafidea, 2010, ben 330 pagine) “Antologia della femina agabbadora: tutto sulla Femina Agabbadòra: testimonianze letterarie e orali, ricerche sul campo, riti, tesi di laurea, il martello, la chiesa”, firmato da Pier Giacomo Pala.

Nel 2012 l’editrice torinese Ananke ha pubblicato “Accabadora e la sacralità del femminino: riti e credenze nella tradizione popolare sarda” di Maria Antonella Arras (nata nel 1955 a Milano, laureata in medicina a Torino, città dove vive e lavora, responsabile della struttura sanitaria Promozione della Salute dell’ASL TO 1, appassionata di bioetica ma anche di cultura tradizionale sarda, anche in virtù delle origini oranesi della sua famiglia). Il suo libro, che unisce racconti e analisi antropologica (“L’eterno femminino” è l’espressione usata da Goethe nel “Faust” per indicare le caratteristiche eterne, immutabili, del fascino femminile, della femminilità), si occupa anche della medicina popolare sarda.

Nessuna delle molte opere di carattere storico o di natura romanzesca che in anni recenti sono state pubblicate (e di cui abbiamo dato qui sopra una rapida rassegna) mette in dubbio quindi l’esistenza nel passato della Sardegna della donna incaricata di procedere a un’operazione che comunemente oggi chiamiamo eutanasia.

Per la verità, l’ampia offerta libraria su “S’accabadora”, volta a soddisfare sull’intrigante argomento tutte le curiosità sia dei lettori sardi sia di quelli non sardi, una voce dissonante l’aveva registrata: il volume scettico-critico di Toni Soggiu, “S’Acabadora: è ora di finirla? Libro bianco sull’acabadorume”, edito nel 2010 da Condaghes di Cagliari (con postfazione di Antoni Arca). L’interrogativo del titolo è così giustificato nella scheda di presentazione dell’opera: «Il libro rivisita, in maniera non acritica, le vicende storiche e di costume che hanno condotto alcuni studiosi e scrittori ad affermare l’esistenza in Sardegna, fino a poco tempo fa, di un “rito della buona morte”. L’autore, attraverso argomentazioni storiche e linguistiche, a tratti con toni sarcastici, dimostra l’infondatezza di queste congetture non sorrette da fonti documentali certe».

Ed ecco ora, in tempi recentissimi, il libro di Italo Bussa, innervato da una analisi controcorrente, tesa a dissacrare tutta una mitologia.

L’autore esamina criticamente (anche il volume di Soggiu, di cui non condivide «lo slancio negazionista») la vasta bibliografia sull’argomento. A seguito della sua analisi agguerrita di tutte le fonti, Bussa, il nostro “rottamatore”, giunge alle seguenti conclusioni.

1) «L’accabadura omicida pare una semplice credenza, che affonda le proprie radici nella usanza magica o simbolica che si proponeva di agevolare le agonie difficili, mediante l’asportazione di oggetti ritenuti protettivi, l’uso di oggetti ritenuti liberatori, la pronunzia di formule varie. […] L’usanza di porre fine con metodi violenti alla agonia dei moribondi da parte di una donna chiamata accabadora non trova, nell’epoca della sua scoperta [a partire dall’Ottocento], riscontro alcuno».

2) «Appare impossibile che l’esistenza di una accabadura omicida sfuggisse per secoli e in ogni località alla conoscenza, e alla conseguente censura, della Chiesa cattolica, dato il capillare controllo della vita sociale e della vita interiore del credente».

3) «Il termine accabadura non risulta assolutamente in uso prima della scoperta del fenomeno che vorrebbe indicare».

4) «Nella impossibilità di dare fondatezza storica alle loro tesi, i fautori dell’accabadura fin dagli esordi sono costretti a ritenere il fenomeno estinto già da un secolo».

5) «Gli sviluppi finali del fenomeno della accabadura sono dovuti non solo a passiva credulità e a confusionarismo storico ma anche a una certa reviviscenza identitaria, che va sempre alla ricerca di usanze uniche, singolari».

6) «Riguardo alla soppressione degli agonizzanti, escludendo l’esistenza di una usanza omicida, la Sardegna, nel passato e nel presente, risulta perfettamente allineata alle altre regioni dell’area culturale occidentale».

Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Gennaio 2016 19:32
 

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