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Paolo Fresu si racconta a Magenta PDF Stampa E-mail
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Martedì 01 Dicembre 2015 15:03

L’artista berchiddese si esibisce col suo Quartetto: due perfomance memorabili organizzate dal Comune, da “Maxentia Big Band” e dal Circolo sardo “Grazia Deledda”

di Paolo Pulina

Grazie alla collaborazione del Circolo Culturale Sardo “Grazia Deledda”, presieduto dall’attivo giovane Valter Argiolas, la Biblioteca comunale “Oriana Fallaci” di Magenta ha potuto offrire ai propri lettori un incontro con due esponenti di rilievo della nuova narrativa sarda ormai affermati a livello nazionale: Salvatore Niffoi (autore della “scuderia” editoriale Adelphi) e Flavio Sòriga (autore della casa editrice Bompiani).

Un’altra struttura culturale magentina, il Teatro Lirico, anch’esso fruendo della compartecipazione organizzativa del Circolo, ha puntato ad avere nella propria stagione un concerto del “Paolo Fresu Devil Quartet”, cioè di una formazione di prim’ordine nel firmamento jazzistico internazionale, illuminato ovviamente dalla “stella” di origine sarda che risponde al nome di Paolo Fresu, nato a Berchidda (provincia di Sassari) nel 1961.

Moltissimi sono stati gli appassionati di jazz che hanno voluto godersi le emozioni suscitate dai suoni degli strumenti musicali in cui sono specialisti i componenti del quartetto: tromba e flicorno per Fresu; chitarra elettrica per Bebo Ferra; il contrabbasso per Paolino Dalla Porta; la batteria per Stefano Bagnoli.

Il concerto della serata del 28 novembre 2015, nell’ambito della 18ma edizione del “Magenta Jazz Festival”, organizzato dall’Amministrazione comunale in collaborazione con “Maxentia Big Band” e con il Circolo sardo, rimarrà negli annali storici dell’offerta culturale proposta ai cittadini di Magenta.

Gli esperti delle riviste jazz si sono già pronunciati sul concerto-tipo messo in scena dal Quartetto, ed è giusto riportare le valutazioni di uno di questi “addetti ai lavori” in quanto perfettamente applicabili alla performance del gruppo a Magenta:

«Fresu la definisce “musica melangée”, ma in realtà solo di jazz si tratta, sia pure spinto in avanti, sia pure meticciato con altri linguaggi, ma carico di una straordinaria energia dinamica.

«Con Fresu suonano tre autentici assi dell’Italian Style. Paolo Fresu gioca sui dialoghi, punta la tromba, o il flicorno, verso Ferra intrecciando un fitto tessuto di domande e risposte, si lega al contrabbasso di Dalla Porta con un dialogo che si fa più ritmico, mentre Bagnoli lega il tutto con un drumming intenso e con uno splendido lavoro con le spazzole.

«Il Quartetto suona temi originali ma anche vecchie canzoni che assumono nel suono del flicorno un’intensa liricità, anche se la melodia si avvicina raramente all’originale. La musica di Fresu è invenzione continua: non importa quale sia il titolo del tema perché è sempre musica sua intrisa di una tenera felicità, sia quando si abbandona a un lirismo quieto, sia quando si lancia su ritmi più dinamici. È bella musica, con continui stimoli e sonorità che conquistano il pubblico».

Nell’incontro pomeridiano con Fresu, presso Casa Giacobbe aperto dai saluti di Valter Argiolas, del sindaco Marco Invernizzi (che ha anche la delega alla Cultura), di Gianni Papa, vicepresidente di “Maxentia Big Band”; di Antonello Argiolas, per l’Esecutivo nazionale della FASI , gli appassionati di musica sicuramente si aspettavano di conoscere la personalità di un musicista apprezzato a livello internazionale ma forse non tutti immaginavano che Fresu è anche uno scrittore, quindi abituato a ragionare sul proprio lavoro e a sapere comunicare sia ricorrendo al suono della musica sia alla parola della lingua orale e scritta; una coscienza di autore che gli ha permesso di pubblicare (presso Feltrinelli) due libri validi anche dal punto di vista letterario come “Musica dentro” (prima edizione 2009) e “In Sardegna: un viaggio musicale” (2012).

Fresu si è raccontato rispondendo alle diverse domande.

Figlio di un pastore, che avrebbe voluto ma non ha potuto studiare e che lo ha spronato a seguire fino in fondo le proprie inclinazioni e passioni, ha rinunciato a un posto sicuro di perito elettrotecnico (diploma presso l’Istituto “G. M. Angioy” di Sassari) presso la SIP di quella città (con grande sorpresa del manager Leonardo Marras, oggi presidente della Fondazione “Maria Carta”) per iscriversi al Conservatorio per acquisire un diploma di teoria e solfeggio che gli permettesse di insegnare musica: ciò che ha fatto nelle scuole di diversi paesi della Sardegna (del Goceano, del Logudoro, della Gallura).

Non essendo molto numerosa la categoria dei trombettisti, ha avuto da subito interessanti opportunità di esibizione ma ha capito che, al di là del talento riconosciutogli fin dal 1984 da organismi nazionali, stava diventando un musicista professionista (condizione che può dare molti onori ma che comporta anche notevoli oneri) quando i suoi compaesani di Berchidda cominciarono a chiedergli: «Quando riparti?».

L’ascolto della musica di straordinaria velocità strumentale di un trombettista jazz lo spinse a scegliere quella musica caratterizzata da un suggestivo impianto estetico ma anche portatrice di una cultura forte, di un pensiero ben determinato, che nasceva dalla volontà della comunità negra di combattere le discriminazioni razziali perduranti in America anche nella seconda metà del Novecento (il geniale Miles Davis, già acclamato artista, fu picchiato da alcuni razzisti solo perché visto in compagnia di una donna bianca).

Autore di colonne sonore, Fresu ben volentieri ha raccontato del sua collaborazione per film (“Centochiodi”, 2006, storia di un uomo in crisi; “Torneranno i prati”, 2014, che rievoca la Prima Guerra Mondiale sugli Altipiani italiani) e per documentari (“Il Pianeta che ci ospita”, per Expo 2015) con il regista Ermanno Olmi, di cui ha messo in evidenza la capacità sia di stimolare la creatività del musicista chiedendogli, per esempio, di pensare, mentre suona, a determinate parole sia di far capire con poche parole al musicista quello che egli ha nella testa come ideatore di immagini.

Fresu naturalmente si è pronunciato su ciò che per lui è la “sardità”, sul suo rapporto con l’isola natia, su ciò che significa per la Sardegna la sua musica.

Sardità vuol dire che anche quando sei in giro per il mondo hai la buona sorte di sentirti addosso la memoria della Sardegna: chi nasce nell’isola non la dimentica anche se poi va a vivere in Brasile o in Giappone (dovunque suoni, Fresu riceve la visita di qualche sardo; ciò che non capita certo ai suoi compagni musicali di origine milanese, per esempio).

Un sardo tuo conterraneo lo puoi riconoscere anche dal modo in cui cammina... Se è comprensibile che sua madre riconosca, tra quelli di tutte le altre, il suono della sua tromba, succede anche che, anche quando suona musiche che non hanno nessun rapporto con l’isola, qualcuno vi senta un “pezzo” di Sardegna.

Fresu ha realizzato molti lavori legati alla Sardegna e in particolare al suo paese, Berchidda (dal 1988 vi ha piantato le radici del festival internazionale “Time in Jazz”, ogni anno onorato da prestigiose partecipazioni di musicisti e coronato da grande successo di pubblico).

Il progetto “Sonos ’e memoria”, ideato a metà degli anni Novanta dal regista Gianfranco Cabiddu, unisce le immagini in bianco e nero della Sardegna fra gli anni Venti e i Cinquanta con le musiche composte da Fresu. Le musiche tradizionali sarde, mischiate con il jazz, sono eseguite dal vivo da un ensemble speciale: oltre Fresu, Elena Ledda (voce), Luigi Lai (launeddas), Mauro Palmas (mandola), Antonello Salis (fisarmonica) e diversi altri. Frequenti sono le sue collaborazioni per la colonna sonora dei documentari dell’ISRE, Istituto Superiore Etnografico di Nuoro.

La sua idea di musica poggia sul concetto, appreso dal padre, che non si può vivere solo cullandosi sui valori del passato, sulla cultura della memoria: le piante non danno frutto se progressivamente non le reinnesti. La tradizione deve coniugarsi con l’innovazione.


Nota finale

Alla fine dell’incontro in Casa Giacobbe, il Circolo “Grazia Deledda” ha offerto ai partecipanti una degustazione promozionale di prodotti alimentari della Sardegna in abbinamento a vini dell’isola, a cura del sommelier Virgilio Mazzei: “Buio” della cantina “Mesa” di Sant’Anna Arresi, “Fontanaliras” e “Karana” della cantina del Vermentino di Monti; pane carasau “Santu Predu” di Ovodda e guttiau “Isola Sarda” di Irgoli, salsiccia “Murru” e pecorino sardo, pancetta “Su Sirboni” di Settimo San Pietro, carciofi di Valledoria con la bottarga “Blu Marlin” di Mogoro.

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2015 15:32
 

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