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Modi di dire: Buffamus sa ‘e s’istaffa PDF Stampa E-mail
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Martedì 14 Gennaio 2014 00:00

di Carlo Patatu

Qualche giorno fa, durante una chiacchierata al bar, un amico mi ha chiesto che significa “Buffamus sa ‘e s’istaffa[1]”. Un modo di dire molto comune, da queste parti. Ma anche in altri paesi della Sardegna, credo.

Bene, gli ho detto, quand’ero bambino, alla vigilia di un evento importante (su tusorzu[2], l’ammazzamento del maiale, Lunis de Pasca[3]) nonno Pulina[4] veniva in paese a cavallo, di buon mattino e con la nota della spesa vergata da nonna Murgia. A far provviste. Per accogliere come si conveniva gli ospiti, che per l’indomani prevedeva numerosi.

Nel pomeriggio, con la bisaccia gonfia, riprendeva a cavallo la via del ritorno. Essendo io il maggiore dei nipoti, mi riconosceva la prerogativa di andare a Piluchi[5] fin dal giorno prima e dormire in pinnetta[6]. Per me si trattava di un privilegio che m’inorgogliva. Mi gratificava non poco recarmi in campagna in groppa al suo cavallo baio, insieme a lui che, durante il tragitto, richiamava di continuo la mia attenzione sui terreni attraversati, il bestiame che vi pascolava, le case coloniche che ci stavano e le persone che ci lavoravano.

Strada facendo, non mancava mai di sostare nei casolari che incontravamo lungo il tragitto. Per salutare gli amici. Primo fra tutti, tiu[7] Colombo, a Giuanne Zegu[8]. Quindi tiu Andria Accorrà e tiu Battista Satta a Lariga[9], appena dopo Spurulò[10]. Tiu Pedru Polo a Nicu[11]. E poi, nella zona di Maltijina[12], tiu Frascone, tiu Peppe Muzzone e tiu ‘Iglianu Tedde. Per finire, una piccola deviazione fino a Iscanneddu[13], da tiu Andria Longu.

Tutte persone a lui care, che praticavano un’ospitalità tanto squisita allora quanto oggi fuori moda. Costoro, nel chiedere e dare informazioni sulle rispettive famiglie e sull’andamento dell’annata, non tralasciavano di condire quelle chiacchierate, brevi ma intense, con ripetuti brindisi. L’ultimo dei quali, manco a dirlo, quando il nonno era in sella, coi piedi già nelle staffe.

Il padrone di casa, nel congedarlo, lo seguiva all’aperto e, fiasco a portata di mano, gli sollecitava una bevuta finale. Sa ‘e s’istaffa, appunto. Quella della staffa; e cioè l’ultima, nella circostanza.

Solitamente giungevamo a Piluchi ch’era notte inoltrata, col nonno comprensibilmente malfermo sulla gambe. Vi risparmio le immancabili filippiche di mia nonna nel vederlo rientrare alticcio; ma lui non ci faceva caso.

In breve, quello della staffa è il bicchiere conclusivo che si beve prima di congedarsi dagli amici. Verosimilmente questa espressione è nata nell'800, allorché i signori che si recavano nelle locande si concedevano la bevuta di chiusura con un piede già nella staffa, pronti per montare a cavallo.

Ho letto da qualche parte che bere il bicchiere della staffa sarebbe in uso anche in Toscana: non metterti in cammino se la bocca non sa di vino! Ecco perché l'ultimo bicchiere, prima di partire, lo si beveva all’aperto, accanto al cavallo. Praticamente con un piede infilato nella staffa.

Attualmente, sempre in Toscana, l’espressione avrebbe assunto un significato più sottile: quasi un gentile se pur velato invito all’ospite ad andarsene, essendosi fatto tardi...



[1] Beviamo il bicchiere della staffa.

[2] La tosatura delle pecore.

[3] La Pasquetta.

[4] Salvatore Pulina, mio nonno materno.

[5] Località dove il nonno aveva costituito il centro della propria azienda agro-pastorale, a circa tre chilometri dal paese, lungo la carrareccia che conduce a Santa Giusta.

[6] Capanna di felci.

[7] Alla lettera, zio. Così, da noi, ci si rivolge alle persone anziane o con la quali non si ha molta confidenza; un po’ come l’italiano “signore”.

[8] Sito campestre lungo la statale Chiaramonti-Martis, poco prima della fontana di Spurulò.

[9] Altro sito campestre lungo la strada comunale Spurulò-Santa Giusta.

[10] Abbeveratoio per persone e vestiame, lungo la strada statale Chiaramonti-Martis.

[11] Sito campestre connotato dal ruscello omonimo, che interseca la strada comunale Spurulò-Santa Giusta.

[12] Vedi nota che precede.

[13] Sito campestre a monte di Piluchi.

Ultimo aggiornamento Domenica 12 Gennaio 2014 14:10
 
Commenti (1)
Sa 'e s'istafa
1 Martedì 14 Gennaio 2014 10:56
Tore Patatu

Il detto, giustamente come hai detto, è di origine toscana, a dire il vero poco usato in Sardegna, dove si suol dire più frequentemente, sa 'e caddu, volendo significare, appunto, offrire l'ultimo bicchiere all'ospite, quando era comodamente seduto a cavallo e quindi al sicuro, in quanto il fedele animale era in grado di riportare il suo padrone sano e salvo a casa sua. Quando lavoravo al mulino con mio padre, ogni quindici giorni veniva a macinare il grano tiu Giuannantoni, un pastore di origine ozierese che abitava oltre Su Cobesciu. Quest'uomo era solito passare il tempo dell'attesa nel bar di tia Nina, dove si beveva anche la legittima. (Altro detto sardo facile da interpretare). Per cui, tutte le volte, io e Modesto, l'altro operaio, dopo avergli sistemato sul cavallo il sacco della farina, prelevavamo dal bar tiu Giuannantoni e lo aiutavamo a sedersi sul cavallo, sopra il sacco, dove si addormentava tra i fumi del'alcool che avrebbero mandato in tilt qualunque macchinetta dell'alcoltest. Immancabilmente arrivava a casa salvo, ma non sano, perché il tratto di strada non era sufficiente a fargli smaltire la sbornia. Quando il cavallo s'incamminava sulla dritta via, babbo, che aveva uno spirito arguto e facile alla battuta, gli diceva sempre: "E oe puru Giuannanto' no as isetadu a ti bufare sa 'e caddu" , intendendo dire che l'ultimo bicchiere lo aveva bevuto prima di sedersi a cavallo.

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