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Itinerari alternativi: Basilica di Bisarcio PDF Stampa E-mail
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Venerdì 14 Giugno 2013 16:00

di Claudio Coda

Dopo Castro, ho accompagnato i nipoti a far visita a Bisarcio.

Una passeggiata, un modo come un altro per avvicinarli alla cultura dell'arte e apprenderla osservando. Non è sufficiente guardare.

La Basilica, fondamentale centro architettonico ecclesiale dell'XI secolo, si può visitare nel territorio ozierese. Una decina di chilometri da casa. La struttura, riferita al primo impianto di fabbrica, è andata distrutta da un incendio con tutta la documentazione. Il secondo intervento è del XII secolo, il seguente ai primi del XIII.

Il territorio interessato, in potestà al Giudicato di Torres, è meno esteso di quello di Castro e comprendeva: Tula, Ozieri, Ardara e Nughedu San Nicolò. Il posto era circondato da villaggi oramai scomparsi: Biduvè (terrirorio di Pattada), Pira e Mestighe (rettoria e antico villaggio medievale nell'attuale quartiere ozierese di San Nicola), Butule e Urvei (insediamenti medievale attorno ad Ozieri), Lesanis (primo insediamento abitativo di Tula, abbandonato intorno al XIV sec. e nelle vicinanze della chiesa di Nostra Signora di Castro).

Oltre 40 i siti archeologici in zona che diventò, nel tempo, postazione militare romana per la sua traiettoria viaria verso il mare della Gallura.

Nel '400, la razionalizzazione delle diocesi portò alla chiusura e il trasferimento della sede ad Ardara e, in seguito, a Ozieri. Nel 1503 fu soppressa anche questa con bolla Aequum reputamus, emessa da papa Giulio II, la accorpa alla Dioecesis Algarensis-Bosanensis (Alghero-Bosa).

Dopo, ma siamo nel 1803, papa Pio VII ripristinò la sede di Ozieri ma con titolo di Dioecesis Bisarchiensis. Il primo vescovo di Bisarcio è Nicodemo (1082), l'ultimo è Filippo Bacciu (1915). Successivamente, dal 1915, Ozieri riacquista il titolo di Dioecesis Othierensis.

Della città di Bisarcio oggi rimane quasi niente, se non resti di mura dell'antica sede vescovile a lato dell'edificio. L'unica struttura architettonica è la cattedrale dedicata a Sant'Antioco, considerata una delle più grandi chiese del romanico in Sardegna. Arroccata su di una collinetta, emerge a distanza.

I conci di trachite, pietra locale, sono leggermente più chiari delle sue gemelle: l'abbazia benedettina di Sancta Maria de Therco (a. 1117-Tergu); la chiesa palatina di Nostra Signora del Regno ad Ardara (XI secolo - sede e resti del Palazzo del Giudicato di Torres nell'area prospiciente la chiesa); Beata Vergine Maria di Bonarcado (a. 1110 Bonarcado - nel 2011 insignita dal Vaticano della dignità di Basilica minore); San Nicola dell'antica Dioecesis Othanensis (a. 1150 - Ottana).

I periodi di fabbrica, differenti, sono evidenti dai blocchi della base delle fiancate perché, nella parte superiore, le murature sono ben definite.

Di fianco, il troncone della torre campanaria a base quadrata, residuo di un crollo. Il portico è un'aggiunta del XIII sec, come per la Basilica di Saccargia.

Lo stile è un accordo di maestranze del romanico pisano-lombardo e perfino influenze d'oltralpe, evidentemente introdotte in Sardegna dai monaci cistercensi. Il frontone è suddiviso su due livelli: tre arcate a tutto sesto al terreno e le due estreme comprendono una bifora. Chiusa quella di sinistra, l'altra decorata da colonnina tortile con base un leone stiloforo e per capitello un tronco di piramide rovesciata.

Il profilo della bifora e dell'arco è arricchito da una modanatura cesellata con dentelli e foglie. Piccola lunetta a raggiera alleggerisce l'arco. Quello centrale, d'ingresso al nartece, sorretto da robusti pilastri cruciformi e capitelli a motivi floreali, sorreggono campate con volta a crociera.

Dal nartece, in corrispondenza della navata laterale destra, l'accesso per ambienti al piano superiore costituiti da tre locali utilizzati come cappella personale dal vescovo: quello di mezzo è dotato di altare, posteriormente a questo, si apre una bifora che dà verso l'interno della cattedrale. Attira la curiosità del visitatore la presenza di un camino che ha le fattezze di una mitria. Le maestranze hanno voluto così onorare l'alto presule.

La pianta dell'edificio è a tre navate. La copertura della centrale è a capriata, le laterali hanno le volte a crociera. Nel presbiterio, l'abside è scandito verticalmente da semicolonne addossate e coronate da capitelli a motivo vegetale.

La luminosità, offerta dalle monofore delle navate laterali e alcune sottostanti la capriata, rispetta appieno la caratteristica della chiesa romanica: filtrata secondo il canone religioso che imponeva ambienti ombrosi, senza orpelli e panneggi, che potessero distrarre il raccoglimento contemplativo e spirituale dei fedeli.

Oggi, invece, è una sfida.

Chi maneggia e prepara questi ambienti più delle volte li agghinda e li addobba in maniera sconfortante, usando violenza estetica. Il luogo è già bello com'è, perché così lo si è voluto. L'invenzione e la fissa, tutta profana, è: più ornamenti... “appiccicano”, più è bella, più si onora il luogo e il santo.

Le solite panzanate che, purtroppo, vengono accettate passivamente anche dai titolari, i quali avranno tanti doni, tra questi le virtù teologali, ma non quello della cultura dell'arte e il rispetto dei luoghi e, non ultima, la semplicità.

Ma vai a farlo capire! Rimandano sempre alle cose terrene.

Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Giugno 2013 16:13
 

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