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di Salvatore Patatu

La foto qui pubblicata il 28 Maggio scorso ritrae il giovanissimo sacerdote Pietro Dedola, nato a Tissi nel 1879, ordinato sacerdote il 16 settembre 1902. Il 26 settembre dello stesso anno celebrò la sua prima messa a Usini, di cui era uno dei due vice parroci. Alla morte del pievano don Giovanni Faedda, avvenuta nel 1909, fu nominato, prima vicario economo; e poi, nel 1913, parroco effettivo di Usini.

 

La sua nomina non fu ben accetta da una parte della popolazione, in quanto si aspettava fosse nominato l’altro vice parroco, don Stefano Dedola di Thiesi, più giovane e, forse, più simpatico, che, invece, fu trasferito a Cheremule. Vice parroco di Usini, per un breve periodo, fu allora nominato don Gavino Denanni di Chiaramonti.

 

Il 18 marzo 1931, don Pietro Dedola venne nel nostro paese e ne resse la parrocchia fino al 1951. I ragazzi nati durante questi venti anni, lo chiamavano affettuosamente padrinu Dedola; gli adulti lo chiamavano semplicemente su vicàriu.

 

Io lo ricordo benissimo, sia perché sono stato chierichetto con lui quasi sei anni, sia perché aveva officiato il mio battesimo. Di carattere introverso, poco socievole, nervoso, scattava per un nonnulla. Aveva però l’umiltà di chiedere scusa, subito dopo; persino a noi chierichetti.

 

Ricordo ancora oggi quando lo feci arrabbiare in chiesa, per aver disatteso un suo ordine, e lui mi sgridò severamente alzando le voci in tono di minaccia.

 

Scappai spaventato e rientrai a casa, con la speranza che mia madre non arrivasse a sapere nulla, perché, in caso contrario, il battipanni, sempre pronto all’uso, appeso al muro sopra la cassa del pane, si sarebbe messo in moto da solo. Per cui, mi si gelò il cuore, quando, subito dopo, Padrinu Dedola arrivò a casa.


Mi nascosi nel cortile, chiudendomi in su taneddu de sas puddas. Ma la voce imperiosa di mia madre mi raggiunse implacabile, lasciando presagire tempesta grave. Entrai in cucina rassegnato e pronto al sacrificio, sentendo già i colpi del battipanni arrivare sulle parti nobili del mio corpo. Padrinu Dedola, invece, mi venne incontro e mi abbracciò dicendomi: “Ninu meu, perdònami, chi t’apo mancadu de rispetu”. Mamma gli disse che un sacerdote, tra l’altro anziano, non doveva umiliarsi così con un bambino; e lui rispose: “Pròpiu a sos pitzinnos non si devet mancare de rispetu, ca ant s’innotzèntzia de nostru Segnore”.


Non era un fatto raro; lo faceva con tutti, bambini e adulti, quando si rendeva conto di avere sbagliato.


Uomo di elevata cultura, laureato in teologia, non aveva però le doti del grande predicatore. Curava bene la chiesa, mantenendo intatte le funzioni tradizionali, relative alla festa di Ferragosto, la settimana santa, la novena del natale, il presepio sull’altare maggiore, sa missa de puddu, su mutzigone de su fogu nel sagrato della chiesa, la predica di fine anno, che veniva però effettuata da don Cristòvulu.


La sua venuta a Chiaramonti avvenne a seguito di un fatto gravissimo di cui fu protagonista a Usini.


Il paese era diviso in due fazioni: una in suo favore e l’altra contro. Per cui una delle fazioni disertava le funzioni religiose e lui non mancava di farlo rilevare pubblicamente, anche nelle prediche domenicali, esprimendo giudizi severi e poco piacevoli sulla popolazione, procurandosi non poche antipatie, che, in qualche caso, sfociarono in vere e proprie inimicizie.


La situazione non doveva essere per niente semplice, ma lui stringeva i denti e continuava ad andare avanti, probabilmente, con la segreta speranza che accadesse qualcosa che eliminasse le discordie e migliorasse la situazione. Tutto questo, però, logorò il suo carattere, rendendolo ancor più irascibile e nervoso. Tutte queste notizie sono da accettare con beneficio d’inventario, in quanto sono il risultato di dicerie popolari non confortate da alcuna documentazione probante.


Qualcosa di ufficiale avvenne, invece, nel 1929, che fece precipitare gli eventi. Arrivò in paese un medico condotto, segretario del regime fascista, il quale cominciò a criticare e a ostacolare apertamente la sua opera pastorale, in relazione alla organizzazione della gioventù, non proprio in sintonia con quanto prevedeva il regime di allora. E così, la prima domenica di quaresima del 1931, con una manifestazione pubblica, l’allora podestà gli intimava l’ordine perentorio di lasciare il paese, in quanto non più accetto dalla popolazione.


L’allora arcivescovo monsignor Maurilio Fossati lo trasferì a Chiaramonti: era il 18 marzo 1931. Aveva retto la parrocchia di Usini per 29 anni. Per cui, non è credibile che la sua opera non fosse positiva. Non avrebbero aspettato tutti questi anni per mandarlo via.


Io frequento molto spesso Usini, dove ho numerosissimi amici e, a distanza di tanto tempo, sento il dovere di riabilitare la figura di quest’uomo, soprattutto in relazione a quel triste fatto di cui fu vittima, che gli procurò un nomignolo immeritato, che non sarebbe corretto ricordare qui. Fu scacciato, dunque, per motivi politici, ma anche perché, pare, avesse rimproverato aspramente la figlia di un notabile del paese, che era entrata in chiesa a capo scoperto e con le maniche corte, atteggiamento ritenuto, in quei tempi, irriverente e certamente non adeguato alla sacralità del luogo.


A Chiaramonti abbiamo sempre avuto l’abitudine di scherzare su tutto, anche su fatti drammatici. E così avvenne per questo episodio, che, per anni, è stato raccontato in paese da molte persone con toni ironici e talvolta anche sarcastici.


Un amico di mio nonno, tiu Bainzu Unali, padre del mitico Pallinu, veniva spesso a visitare nonno e ad ascoltare con lui i dischi sardi di canto a chitarra, e, tutte le volte che sentiva cantare Giovanni Cuccuru (1891-1982), di Usini, diceva:

A ratza de ‘oghe chi tenet s’amigu de su vicàriu Dedola”.


Io, bambino innocente, ero ancora all’asilo, non interpretando nel giusto modo l’ironia con cui si esprimeva quest’uomo, un giorno, entrando in chiesa dissi:

Padrinu Dedo’, amus duos discos de s’amigu sou de Usini”.

E lui mi rispose, senza nascondere la sua disapprovazione e il suo disprezzo: “Non mi lu fentomes cuss’òmine malu”.


Lamentatomi del fatto con mia madre, mi disse che l’amico di nonno intendeva dire esattamente il contrario.

Ma proite lu odiat gai?”, chiesi con la caratteristica curiosità dei bambini. Mamma fece finta di non sentire, ma mio padre, pronto, rispose dicendomi:

Ca cando che l’ant bogadu dae Usini, in piata, Giuanne Cuccuru fit su pius boghialtinu e tichirriaiat a boghe ispalatada”.


Padrinu Dedola morì a Sassari il 28 aprile del 1956 e ora riposa nel piccolo cimitero di Tissi, dove io, di tanto in tanto, vado a fargli visita e a portargli un fiore.

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Giugno 2013 00:03
 

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