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La “sarditudine” di Renata Asquer PDF Stampa E-mail
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Martedì 23 Aprile 2013 23:54

Successo della presentazione a Marchirolo degli ultimi due romanzi della scrittrice, nata a Varese ma sarda di padre e di sentimenti

di Paolo Pulina

 

Renata Asquer, di padre cagliaritano, discendente di un’antica famiglia aristocratica sarda, è nata e cresciuta a Varese.

Dopo aver insegnato lettere per molti anni, si è dedicata nell’ultimo quindicennio a una intensa attività di scrittura, concretizzando una passione letteraria lungamente vagheggiata. Come se avesse voluto rendersi conto delle difficoltà del nuovo percorso intellettuale, la Asquer ha innanzitutto studiato le vite di due grandi scrittori: ha mandato alle stampe prima, nel 1998, il volume “La triplice anima - Vita di Fausta Cialente” (Interlinea) e poi, nel 2002, “La grande torre - Vita e morte di Dino Buzzati” (Manni).

Ha continuato con la raccolta di racconti “Memorie dal labirinto” (Manni, 2002), il racconto lungo “Treni in transito” (Manni, 2004) e il romanzo storico “Le luminarie. Vita di Isabella de Capua Gonzaga” (Besa Editrice, 2005). Per la casa editrice sarda Arkadia ha pubblicato “Soldamore” (2009) e “Dal primo alla zeta” (2011).

Di queste due ultime opere, alla presenza dell’autrice, si è parlato, nel pomeriggio di sabato 21 aprile, presso la sede del Circolo sardo “Giommaria Angioy” di Marchirolo (VA), presieduto da Gianfranca Canu, in un incontro posto sotto questa insegna: “Ritorno a Cagliari, Vite e destini, Gioie e dolori”.

In effetti, la città di Cagliari occupa un posto importante in entrambe le narrazioni. La scrittrice le qualifica come due distinti “ritorni a Cagliari” in quanto, durante le visite periodiche ai parenti cagliaritani, ha raccolto testimonianze che ha poi “riversato” nelle due opere.

In “Soldamore” viene raccontato mezzo secolo di avvenimenti storici a Cagliari (tra il 1912 e il 1945: il primo conflitto mondiale, l’epidemia dell’influenza spagnola, il fascismo, la guerra in Spagna, la seconda Guerra Mondiale, ecc.) attraverso le vicende di una saga familiare: protagonisti sono Francesco Sallinguer, discendente di una famosa casata di origini spagnole, e i suoi affini.

Numerose lettere inframmezzano il dipanarsi del romanzo: sono frutto dell’elaborazione creativa dell’autrice, ma naturalmente riecheggiano fatti e personaggi reali e sono un intelligente stratagemma narrativo per consentire ai lettori di sentirsi quasi persone di casa, emotivamente trasportati dentro il cerchio delle faccende domestiche (belle e brutte) della famiglia Sallinguer.

In “Dal primo alla zeta” Cagliari si offre solo in alcuni scorci memoriali di Betta, che – obbligata a letto dai postumi di una delicata operazione chirurgica che sicuramente le ha tolto dal corpo la presenza di un “ospite” insidioso ma non le ha ridato la certezza che questo non possa ripresentarsi minaccioso – riempie le pagine del suo diario con i ricordi di persone, luoghi ed episodi che l’altalena dei suoi stati d’animo le fa riaffiorare alla mente.

Ecco una riflessione di Betta su Cagliari:

«E sono sempre sul punto di piangere ripensando a ogni strada, ogni quartiere, piazza, belvedere di Cagliari. Tutti quelli cui sono legati i ricordi e in fondo la mia anima. Mi meraviglia sempre che nella mia mente non risulti mai offuscata la memoria di quei posti. Forse perché me li sogno quasi ogni notte.[…] Per tornare alla mia città, aggiungo che con Laura ci siamo fatte una promessa: andremo assieme a Cagliari appena starò un poco meglio. […]

«Arrivata sui bastioni, vorrei fermarmi almeno tre ore, là sulla panchina di fronte a tutto quel ben di Dio; da qualsiasi lato uno si gira non sa proprio che paesaggio scegliere: se le montagne in lontananza con le cime sforbiciate dei Sette Fratelli, oppure la costa con il colle di Sant’Elia e la Sella del Diavolo o anche lo stagno, più sotto, dove stazionano gli splendidi fenicotteri rosa e, più oltre, l’immensa piana del Campidano».

Eppure, in un discorso di geografia letteraria relativo alla capitale della Sardegna, il primo “ritorno a Cagliari” dell’autrice si ritrova in questi passi della monografia storico-critica dedicata alla Cialente:

«Nella caserma dei carabinieri del viale Buoncamino, il belvedere più famoso della città, c’è l’abitazione della famiglia Cialente; nell’alloggio ufficiali, al secondo piano, in una stanza che affaccia sul mare, nasce Fausta, il 29 novembre del 1898.

«Una ripida e stretta strada conduce al Buoncamino, sempre affollata da gente a piedi e in carrozza; pochi rinunciano all’abitudine quotidiana del passeggio all’ora del tramonto per ammirare, una volta di più, la spettacolare veduta del golfo degli Angeli; oltre la fuga dei bianchissimi, orientali terrazzi, su cui le palme, come enormi ventagli, si chinano al tocco tenace del maestrale (che appartiene a Cagliari proprio quanto la bora a Trieste), la città giunge al mare distendendosi indolente, come una bella odalisca, ad anfiteatro. Oltre, nell’assoluta solitudine, la brughiera, gialla di stoppie, del Campidano, e più lontano ancora la macchia viola o vellutata dei monti con impenetrabili covi abitati da cervi, cinghiali e banditi».

Nel suo intervento a Marchirolo la Asquer ha citato la frase di una scrittrice: «Una donna risorge quando un’altra donna ne raccoglie il respiro». In “Dal primo alla zeta” ha voluto dare una seconda vita a una persona cara, ma come causa remota del suo scrivere si riferisce agli aneddoti familiari raccolti a Cagliari (in questo senso dice che questo nuovo romanzo nasce da una costola di “Soldamore”).

Cagliari è il luogo concreto ma anche immaginario al quale la protagonista dalla vita avventurosa – che pure ha girato il mondo – si sente indissolubilmente legata. La sua sensibilità sognatrice – ci dice la Asquer – ci trasmette questo messaggio: uno può salvare la propria vita se è capace di affidarsi al potere dell’immaginazione, della creatività.

Ai soci del Circolo sardo di Marchirolo la Asquer ha dichiarato la sua “sarditudine”, il senso di appartenenza alla Sardegna in virtù dell’origine del padre e dei suoi forti sentimenti affettivi nei confronti dell’isola.

Una curiosità: nel palazzo comunale ristrutturato di Marchirolo in cui ha sede da anni il Circolo sardo erano una volta le aule della scuola media: in quei locali, da giovani studenti universitari, hanno svolto supplenze sia Renata Asquer sia il marito, l’avvocato Giovanni Guerrieri, il quale – agnizione propria di un romanzo, tanto per rimanere in tema – ha ritrovato tra i soci del Circolo presenti all’incontro culturale anche qualche suo lontano allievo.

Ultimo aggiornamento Sabato 04 Maggio 2013 20:19
 
Commenti (1)
A proposito di sarditudine...
1 Giovedì 25 Aprile 2013 13:45
Claudio C.

Egregio dottor Pulina,


seguo attentamente le Sue proposte su questo sito, un buon viatico collaborativo tra il nostro territorio e il “continente”, fatto di ricordi, storie passate e attività sempre in movimento dei Circoli di appartenenza. Proprio alla “sarditudine”, da Lei sempre richiamata, non ultima la presentazione del libro della Asquer, che faccio riferimento. S'accogliénzia e s'ospitalidàde dei sardi è fuori discussione.


Nelle pagine de La Repubblica e La Provincia Pavese del 22 u.s., poi ripresa dalla Nuova Sardegna del 23, la notizia della studentessa di Valledoria che, con la sua “paghetta”, contribuisce a dare la possibilità ad una bambina di Vigevano di usufruire, alla pari, della mensa scolastica. Ecco affacciarsi di nuovo la “sarditudine”.


Non voglio discutere di pratiche burocratiche, sociali e soprattutto didattico-pedagogiche che ne hanno determinato l'esclusione. Tutta la sua gravità mi lascia umanamente alquanto toccato e non oso pensare ai momenti di solitudine e danno psicologico subito della bambina mentre consumava il suo povero pasto, fatto di un panino giornaliero, mentre i suoi compagnetti sedevano ad una mensa organizzata.


Ed è su questo fronte che mi permetto, e La pregherei, di farsi partecipe attraverso la rete dei Circoli, se non provveduto, di fornire un sostegno economico del caso in cronaca, immagino purtroppo non isolato. Ma è quello che si viene a conoscenza. Qualora se ne dovessero creare i presupposti, e non solo, sono certo che, da più parti, sostegno e adesioni non mancheranno.


A Gloria Spezziga un caloroso: brava!, ma non poteva essere diversamente con quel nome: nomen omen, e poi, su sàmbene no est àbba! La saluto cordialmente.


Claudio C.

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