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Sa conca cantu custa pinnetta PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Gennaio 2013 13:55

Qualche aneddoto su quanto accadeva nella vecchia Casa comunale, su Municipiu ‘ezzu

di Carlo Patatu

Nei primi decenni del Novecento fu eletto sindaco di Chiaramonti un allevatore facoltoso. Possedeva molti armenti e vigneti fiorenti ai poggi e al piano. Come Fulano il ricco di Sebastiano Satta[1].

Di corporatura massiccia e abile cavallerizzo, quel proprietario percorreva più volte la settimana, in sella o in calesse, gli oltre sette chilometri che separavano il proprio ovile dal paese. Vantava una scuderia di cavalli gagliardi che cavalcava con piglio sicuro. Con l’orgoglio comprensibile di chi li aveva allevati e domati con competenza e cura. Ma anche con amore.

Quando incrociava qualcuno lungo i sentieri campestri, si aspettava che gli si cedesse il passo. E che gli si rivolgesse il saluto. Con deferenza. Il che accadeva puntualmente, in genere. Avuto riguardo alla proprietà terriera e al carico di bestiame posseduti, in paese era persona influente.

Era anche, come suol dirsi da noi, homine de amigos[2]. Il suo ovile era meta di tanti ospiti, sempre graditi e accolti con grande cortesia. Come pure di zoronateris[3], che ci andavano a chiedere lavoro. Ottenendolo il più delle volte. Tant’è che fu eletto sindaco nonostante fosse quasi analfabeta. Era persona autoritaria, ma non autorevole. In Comune, del potere incarnava il solo aspetto legale; gli era del tutto estraneo quello tradizionale e, in larga parte, il carismatico[4].

Di carattere arrogante e dai modi sbrigativi, intorno alla sua figura nacque e si sviluppò un’aneddotica fiorente. Probabilmente non sempre e non del tutto veritiera; ma verosimile si. Forse quell’uomo non si comportò proprio come si racconta da più parti. Tuttavia era del tutto plausibile che avesse potuto farlo, dati il carattere e le abitudini del personaggio.

Resta famosa quanto irripetibile la risposta che, da sindaco, diede a una timida maestrina di campagna che gli aveva manifestato, con garbo, l’urgenza di sostituire il vetro rotto dell’unica finestrella di una specie di stalla che, a Su Bullone[5], il Comune contrabbandava per aula scolastica.

Si racconta che, in veste di primo cittadino, aveva la mania di recarsi in Municipio accompagnato dai propri cani. Un paio di mastini di taglia rispettabile che lo seguivano anche in ufficio, dove gli si accucciavano devoti ai piedi. Sotto la scrivania. Qui sonnecchiavano beati fino a quando gli interlocutori del sindaco non osavano alzare il tono della voce.

Accadeva, come del resto capita tuttora, che, nel trattare con lui questioni ritenute essenziali, il postulante di turno si accalorasse e finisse per esporre le proprie ragioni con voce alterata. A quel punto erano i cani a rimettere in equilibrio la situazione. E sapete come? Dandosi a ringhiare di brutto rivolti al malcapitato, stando ritti sulle zampe e schiumando in atteggiamento poco rassicurante. E lui, su babbu ‘e sa populassione[6], pur potendo richiamare alla calma i propri fedeli pretoriani, li lasciava fare. All’ospite supplice non restava che zittire intimorito, girare i tacchi e andarsene. Per prudenza e autotutela.

Del resto, cos’altro mai avrebbe potuto fare?

Questa la democrazia del bel tempo antico. Che, di tanto in tanto, ci piace richiamare alla memoria come stagione felice nella quale si vorrebbe far credere che la vita comunitaria si svolgesse all’insegna dell’unione e della concordia fraterne; nel rispetto delle ragioni e dei diritti del prossimo; con tanta disponibilità a praticare il bene di tutti. Balle.

Quando gli accadeva di presiedere una seduta del consiglio comunale e di coordinare quello che oggi chiamiamo dibattito, ma che allora doveva essere un vociare confuso e inconcludente, l’uomo non riusciva a mettere ordine nella discussione. Anche perché, nella circostanza, gli mancava il supporto dei cani, cui non ero permesso di seguirlo anche nella sala consiliare.

Il compito di dirigere quella specie di torre di Babele si complicava ancor più quando approdavano in tale consesso questioni che lambivano il portafoglio dei consiglieri o intaccavano qualche loro privilegio personale. Oppure del parentado. Il che accadeva inevitabilmente ogniqualvolta si procedeva alla determinazione del reddito annuo degli amministratori e dei rispettivi sodali ai fini dell’imposta di famiglia. Il famigerato focatico[7]. Una fase sempre laboriosa e mai serena nei lavori del consiglio. A riprova che quello del conflitto d’interessi, fatte le debite proporzioni, è problema antico quanto il mondo.

Si racconta che, in una di quelle riunioni infuocate, esasperato dall’accavallarsi di voci discordi frammiste a chiacchiere sconclusionate e proposte demenziali che approdavano al nulla, avrebbe perduto la trebisonda. E, battendo ripetutamente con vigore i pugni sul tavolo, avrebbe urlato a squarciagola:

Como bastada! Finidendhela! Mi ch’hazis fattu sa conca cantu custa pinnetta!...”[8].

L’abitudine alla vita in pinnetta gli aveva messo in bocca, pur senza volerlo, quell’espressione colorita. Del tutto fuori luogo, è il caso di dire; ma indubbiamente efficace. D’altronde l’angustia del locale e la cappa stagnante del fumo prodotto da sigari e pipe, sommate alla confusione che vi regnava sovrana, assimilavano quella stanza più a una pinnetta che alla sala austera di un consiglio comunale.



[1] Cfr. Sepulta domus, di Sebastiano Satta, poeta, avvocato e giornalista. Nato a Nuoro nel 1867, visse una vita povera, angustiato da sciagure familiari e da salute cagionevole. Visse gli ultimi sei anni costretto all’immobilità da una paralisi. Morì a Nuoro, nel 1914.

[2] Un amicone che sapeva stare con gli amici, pronto a difenderli e a beneficiarli, se necessario.

[3] Braccianti agricoli che lavoravano alla giornata, sovente per un magro compenso.

[4] Cfr. MAX WEBER, Economia e società, vol. I, Milano, Comunità 1974.

[5] Località in territorio confinante col Comune di Perfugas.

[6] Il padre del popolo. Così era considerato, fino a qualche pochi anni fa, il primo cittadino. Ora non più.

[7] L'imposta, istituita da Carlo I D'Angiò nel 1263, era una tassa applicata in misura eguale a ciascun fuoco o focolare; e cioè a ciascuna abitazione di un gruppo familiare. Successivamente prese la denominazione di imposta di famiglia, abolita a decorrere dal 1974 con i decreti delegati in materia fiscale del 1973, istitutivi dell’Irpef, Invim etc.

[8] Ora basta! Piantatela, mi avete fatto la testa grande quanto questa capanna!

Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Gennaio 2013 21:06
 

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