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L’antica parrocchiale, scomoda e inadeguata (II parte) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Domenica 09 Dicembre 2012 00:00

Abbiamo visto, la settimana scorsa, i motivi che avevano indotto parroco e amministrazione comunale ad adoperarsi perché fosse edificata una nuova parrocchiale ubicata al centro del paese.

Oggi pubblichiamo il preannunciato estratto dall’opuscolo “Chiaramonti, il territorio e la sua storia”, dato alle stampe dal Gruppo Giovanile[1] nel 1988, in occasione della celebrazione del primo centenario della edificazione della chiesa.

Ecco la parte che riguarda specificatamente la parrocchiale.

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La chiesa parrocchiale di Chiaramonti è dedicata a San Matteo ed è attualmente situata al centro dell'abitato, questo però da poco più di cento anni, poiché in precedenza si trovava sul monte San Matteo dove sorgono le rovine dell'antico castello dei Doria.

Della chiesa parrocchiale edificata sul castello e dell'oratorio di Santa Croce ci fanno una descrizione il Vicario Giovanni Maria Satta ed il teologo Francesco Maria Polo in due relazioni per il Vescovo di Sassari redatte rispettivamente nel 1834[2] e nel 1839[3].

La prima chiesa parrocchiale

La forma della chiesa parrocchiale di San Matteo è quadrata, bislunga con la volta a soffitto, senza coro. Il pavimento è in cantoni di pietra molto sconnessi poiché sotto questi si seppelliscono i fedeli defunti. All'interno della chiesa vi sono sei-otto cappelle[4], delle quali alcune senza altari, altre con altari consacrati: uno al Santissimo Sacramento, uno a San Matteo, uno a Santa Barbara, uno alle anime del Purgatorio ed infine uno a Sant'Antonio di Padova.

Una delle cappelle è riservata per la sepoltura dei bambini, mentre i sacerdoti vengono sistemati nel presbiterio.

In questa chiesa non vi sono tombe propriamente dette, se non tre appartenenti agli eredi di don Gavino Pes che si trovano una nella cappella di Santa Barbara e due in quella dei bambini.

Nell'altare maggiore vi è il tabernacolo in legno foderato in seta lavorata; situata in Cornu Evangeli, cioè a sinistra rispetto all'altare maggiore, vi è la sedia parrocchiale dove suole sedersi il parroco e dietro l'altare si trova la porta della sacristia. Questa è, a detta del Satta, piccola e sprovvista del tutto di suppellettili ma in compenso non è umida; ha il pavimento in smalto usuale ed il suo arredamento si compone di un guardaroba a sei cassetti, un apparatore, un genuflessorio con la tabella, un lavabo ed un crocifisso indecente.

Il Fonte Battesimale è situato nell'ultimo angolo dell'ingresso della chiesa, in Cornu Evangeli, mentre dall'altra parte, sempre all'angolo, vi sono tre confessionali. Il resto della chiesa è sprovvisto di arredamenti: mancano banchi, sedili, la tribuna e l'organo.

Il campanile della parrocchiale è di altezza mediocre, coperto a cupola con una scala interna. Contiene due campane: una grande e buona ed un'altra mezzana ma rotta. La porta corrisponde all'interno della chiesa, verso la sacristia.

Descrizione della parrocchiale ausiliare

L'oratorio di Santa Croce, detto anche Parrocchia Ausiliare, per la sua funzione di sostituire la parrocchiale in tempi "duri" quale per esempio l'inverno, non era molto grande. Aveva al suo interno parecchi altari: di Santa Croce, di Santa Lucia, di Sant’Antonio Abate e di San Matteo.

Anche questa chiesa era molto povera di arredamenti: aveva solo tre confessionali posti in Cornu Epistolae (a destra rispetto all'altare maggiore). Di fronte, come in parrocchia, nell'ultimo angolo dell'ingresso, si trovava il Fonte Battesimale.

In fondo, sempre a sinistra, vi era la Sacristia; era fatta a volta, con il pavimento in cantoni di pietra bianca; erano in essa contenuti due armadi: uno di legno (costruito nel 1835) ed uno a muro (fra il presbiterio e la Sacristia, non ancora ultimato nel 1839).

Il campanile dell'ausiliare era posto al di fuori della chiesa, senza porta né serratura; era provvisto di una sola campana e per di più piccolissima.

Costruzione della nuova parrocchia

Le vicende della parrocchia sono legate al lascito fatto dalla nobile Donna Lucia Tedde già nell'anno 1755. Da questa data passerà più d'un secolo prima che la comunità abbia a disposizione la nuova chiesa; tuttavia già nel 1827 il sindaco[5], a nome del consiglio comunale, si rivolge al Vescovo di Sassari[6], facendogli notare come "l'esercizio del culto divino è abbandonato e molti individui passano all'eternità senza essere in punto di morte muniti dei sacramenti, per la lontananza della parrocchia".

Del resto, sottolinea che già dal 1799 i soldi del legato erano passati all'amministrazione del parroco per l'edificazione della nuova chiesa; tuttavia non si vede il minor preparativo per la "medesima" anche se da diversi anni si erano venduti a tal scopo i bestiami a questa appartenenti.

Si ribadisce, in questo documento, la lontananza della chiesa ufficiata: "ella è collocata alla cima di un monte, sull'orlo di una precipitevole rocca, lontana dalla popolazione un quarto d'ora di strada scabrosa e scoscesa, e poi la sua improprietà che fa orrore non solo celebrarvi le sacre funzioni, ma ben anche a porvi il piede".

Sempre il sindaco nel 1828 chiede al Vescovo di intervenire poiché venga usata come parrocchia l'ausiliare, in questo periodo ufficiata solo d'inverno, finché non si possa o costruire un'altra chiesa o ingrandire l'oratorio.

La soluzione verrà appena un mese dopo, almeno a livello di proposta, dal vicario Satta, il quale propone di demolire la chiesa di San Giuliano, (antica non meno di 6 secoli) per ingrandire, con quel materiale, l'oratorio di Santa Croce.

Nel 1829 si avviano i lavori, anche se con qualche difficoltà, aiutati anche finanziariamente dal comune; ma a ottobre si chiede ancora una volta il parere dell'Arcivescovo se si debbano o no sospendere i lavori durante l'inverno; egli risponde affermativamente.

Inizia così a fungere da parrocchia l'oratorio di Santa Croce, dove nel settembre 1834 è stato eretto un altare per San Matteo.

Ma questi lavori, che per quarant'anni circa si susseguono, sono sempre molto precari: una volta si ristruttura il campanile, un'altra la volta, e etc. Si arriva così agli anni 1882-1883, quando, dopo una transazione fatta dal comune contro lo Stato, si utilizzano i soldi del legato[7] per costruire la parrocchia ex novo, demolendo, per economizzare, l'oratorio di Santa Croce, (con questi soldi il comune avrebbe voluto anche edificare la nuova casa comunale, per cui si aprì un'aspra lotta fra il consiglio[8] ed il parroco su cui interverrà l'Arcivescovo).

Dopo il benestare del Vescovo (Diego Marongio Delrio n.d.r.) per la soluzione suggerita dal consiglio, si iniziano i lavori, che procedono alacremente, anche se il sindaco prega Sua Eccellenza di interessarsi presso l'amministratore del fondo per il culto e l'economato generale per ottenere un sufficiente sussidio per rendere maggiormente sontuosa l'iniziale opera.

Viste le difficoltà per costruirla in un altro sito, accettano di aderire al desiderio del municipio e dell'Arcivescovo anche i confratelli dell'Arciconfraternita di Santa Croce, purché nella nuova costruzione siano ad essi destinate una cappella per le funzioni ecclesiastiche ed una sacrestia in cui potersi radunare e riparare gli oggetti di culto.

La nuova parrocchia di San Matteo viene ultimata nel 1886[9], il 25 gennaio 1888 è stata benedetta. “...la popolazione ha partecipato nella sua totalità, eppure la chiesa non era totalmente piena...” ; (è stato per Chiaramonti un vero giorno di festa!).

Qualche mese più tardi, cioè il 16 settembre, è stata solennemente consacrata da Monsignor (Diego n.d.r.) Marongio Del Rio.


Cfr.: GRUPPO GIOVANILE DI CHIARAMONTI, Chiaramonti, il territorio e la sua storia, 1988, pp.98-101.

2 - Continua. Il prossimo intervento sarà pubblicato Domenica 16.12.2012.



[1] Il gruppo era composto (in ordine alfabetico) da Uccia Accorrà, Giulia Cossu, Grazia Cossu, Rita Doneddu, Sabrina Melone, Anna Rita Murgia, Lucia Perinu, Cinzia Schintu, Simonetta Schintu, Mirella Sini, Marilena Solinas, Aristide Stincheddu e Prisca Tancredi.

[2] 1833-1837: mons. Giovanni Antonio Gianotti era torinese, canonico penitenziere a Torino. Da Sassari fu trasferito a Saluzzo.

[3] 1838-1864: mons. Alessandro Domenico Varesini, piemontese, già prevosto della cattedrale di Aosta. Restaurò la cripta della basilica turritana e riedificò la chiesa parrocchiale di San Sisto.

[4] Se ne indicano sei nella relazione del 1834 e otto in quella del 1839.

[5] Al momento, non sono in grado di indicarne il nome.

[6] 1822-1829: mons. Carlo Tommaso Arnosio, già canonico parroco della metropolitana torinese. Ampliò il seminario edificandovi una nuova cappella.

[7] Di donna Lucia Tedde-Delitala.

[8] Ecco la composizione del consiglio comunale di Chiaramonti all’epoca:

Sindaci:

- Moretti Antonio Maria, dal 1880 al 1882

- Cossu Antonio Vincenzo, dal 1882 al 1883

- Franchini Nicolò, dal 1883 al 1890

Consiglieri: Franchini Gavino Vincenzo, Franchini Nicolò, Falchi Madau Nicolò, Falchi Madau Battista, Ferralis Nicolò, Madau Ruiu avv. Bachisio, Cossu Antonio Vincenzo, Migaleddu dott. Giommaria, Migaleddu Salvatore, Grixoni dott. Francesco, Cossiga Pietro, Carta Alberto, Denanni Cristoforo, Montesu Giov. Antonio.

[9] Era sindaco Nicolò Franchini.

Ultimo aggiornamento Sabato 15 Dicembre 2012 19:11
 

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