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Architettura di un edificio: “su municipiu ‘ezzu” PDF Stampa E-mail
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Martedì 13 Novembre 2012 19:05

di Claudio Coda

Per leggere un edificio storico, generalmente è necessario identificare, innanzi tutto, la sua posizione privilegiata nello spazio urbano: orientamento spaziale, dimensioni rispetto alla via in cui è presente, accessi viari, volume che occupa in confronto agli edifici che lo circondano, così da offrire una lettura del monumento, di là dai valori estetici e della testimonianza storica e civile che ne è stato, almeno per noi, e iniziare così la visita osservando la sua cornice urbanistica.

Sarebbe un prolungare. Pertanto, tralascio volutamente la descrizione del contesto.


In questa via, dedicata a Vittorio Emanuele II, il palazzotto a due livelli e a soluzione d’angolo con piazza Indipendenza, ha il valore di attirare l’attenzione, unitamente ad altro fabbricato prospiciente di certo interesse, collocato a separazione di due vie. Costruzione dell’ultimo ventennio del 1800 che il dott. Giorgio Falchi, filantropo chiaramontese, nella veste di amministratore comunale (cfr. Carlo Patatu, “Chiaramonti - Cronache di Giorgio Falchi”, pag. 66) si prodigò a perorare la pratica in Consiglio, per l’approvazione del progetto (cfr. ancora Carlo Patatu, “Chiaramonti - Cronache di Giorgio Falchi: Archivio storico Comune di Chiaramonti, deliberazioni n. 66-67/1866 e n. 21/1875), inizialmente redatto dall’ingegnere Giuseppe Pasquali e portato a termine  dall’ingegner Domenico Cordella (progettista anche della chiesa di San Giuseppe in Sassari), disegnatore della parrocchiale San Matteo, e sempre lo stesso tecnico che progettò la nuova ala retrostante dell’Ospedale SS. Annunziata in Sassari, a completamento dell’edificio ospedaliero costruito fra il 1843 e il 1848.

La costruzione risale, come oggi si presenta nelle dimensioni, agli anni della Municipalità di Nicolò Franchini, retta dal 1883 al 1898, dopo che la stessa amministrazione, aveva impegnato fondi per l’ultimazione della parrocchiale San Matteo (fine dei lavori di questa, nel 1886; benedetta il 16 gennaio 1888; consacrata dall’Arcivescovo turritano Diego Marongio Delrio il 16 settembre 1888).  Lavori che si protrassero per oltre quarant’anni tra zuffe e baruffe tra Consiglio Comunale e Chiesa, rappresentata dal parroco dell’epoca (dal 1859 al 1892) padre Stefano Maria Pezzi. È documentato che, per riprendere i lavori del Municipio furono, impegnate settemila lire (cfr. Carlo Patatu, “Chiaramonti - Cronache di Giorgio Falchi).

Palazzi a confronto: si pensi che nello stesso periodo, indicativamente (1873), a Sassari si erigeva il Palazzo della Provincia (su progetto dell’ing. Eugenio Sironi, con la collaborazione tecnica di Giovanni Borgnini, allora capo del Genio Civile della Provincia) con un preventivo di 600.000 lire e completato nel 1878, per una spesa finale di un milione di lire (3.900.000 € attuali, ma impensabile che oggi con la stesso importo lo si possa ricostruire).

Comunque: circa 150 volte il nostro. Il valore (settemila lire) di riferimento attuale e rivalutato (ISTAT) dell’impegno economico, indicativamente nel 1880, è pari a 26.081 euro correnti. Si confronti però: un operaio, al tempo, riceveva da 0,45 a 3,31 lire a zoronàda – con media giornaliera di 1,88 lire, corrispondenti agli attuali 7,00 euro. Non per trattare contese sociali e sindacali, che manco esistevano, ma per raffrontare il duro lavoro dell’epoca, segnalo: per comprare un Kg di pane, che costava al tempo 0,46 lire pari a 1,71 €, su maniàle zoronadèri impegnava mediamente circa un quarto della paga; per la carne 1,32 lire al kg equivalente a 4,91 €, che corrispondevano a circa il 70% del salario quotidiano.

Attenendoci ai dati: pane e carne, un vero lusso! Gli elementi a raffronto hanno solo valore indicativo, certo è che, sarebbe interessante farne comparazione in altro approfondimento. Non parlo di sfruttamento del lavoratore, perché entrerei in una discussione storica differente. Non v’è dubbio che chi deteneva la pecunia a sacchi poteva costruire pregevoli palazzi. Inspiegabilmente rari, a Chiaramonti, rispetto alla presenza di facoltosi casati.

La facciata non ha qualità di rilievo, è sobria e confacente alla situazione urbana, prevale la simmetria dei tre portali. Si tratta di uno stabile edificato su due piani con cornice marcapiano aggettante, tripartito verticalmente con la parte centrale sporgente rispetto alle laterali, così da offrire un certo movimento alla discreta superficie. Modeste, per finitura, le finestrature del piano nobile.

L’espansione dell’area di calpestio potrebbe, verosimilmente, attestarsi in complessivi 170/190 m² per piano. Il ritmo delle aperture è costante e corrispondente sui due livelli. Centrale il portone d’ingresso, che è affiancato da altri due di ripetuta arcuatura, evidenziati da conci in trachite (IMG.4139); così pure i piedritti di sostegno.

Varcato il portale d’accesso, troviamo due porte, laterali per parte, di passaggio agli ambienti al piano. L’utilizzo del fabbricato era allora così progettato: al piano terreno, aule scolastiche per la sezione maschile e femminile, a livello superiore, il Municipio.

Le pavimentazioni dei locali sono in mattoni: semplice graniglia policroma di forma esagonale, che creano motivi geometrizzanti. Le volte sono a padiglione.

La scala, in ardesia, segue la parete di fondo dell’androne e sale al piano superiore; la ringhiera  è in ferro forgiato. A livello superiore, medesima predisposizione dei locali del sottostante, ma la distribuzione degli ambienti ha subito lieve variazione nell’operazione conservativa. Anche qui, pavimenti in graniglia e volte a padiglione.

Nella sala principale, o di Consiglio, sono presenti diverse pitture murali, testimonianze storiche a carattere documentale, interessate dall’intervento di restauro e recupero.

Quella certamente più rilevante, rappresentativa e a intera parete, è “L’Angelo dei Caduti” con dedicazione:

CON AFFETTO E RIVERENZA, I CHIARAMONTESI RICORDANO I CONCITTADINI MORTI COMBATTENDO GUERRA MONDIALE 1915–1918

Lo stile è da ritenersi tra il Liberty e il Dèco, la data 1923 ne indica la tendenza, nell’arte, verso una nuova armonia che rievocava il valore classico e metafisico e un ritorno all’“ordine” gradito al periodo del fascismo: accuratezza del segno, scelta nel colore, la forma.

In buona sostanza l’arte del Ventennio: figura di “Angelo della Vittoria” che, a braccia aperte, assegna rami d’ulivo in segno di pace, proteggendo sotto le sue ali i chiaramontesi: capitani, caporali, soldati e dispersi caduti nelle guerre (1859 e 1866 per l’Indipendenza e l’unificazione d’Italia; di Adua in Abissinia 1896; 1915-1918 la Grande Guerra).

Due bracieri bronzei laterali con la fiamma accesa, per indicarne il perenne ricordo, fanno da ala all’elenco dei Caduti. A decoro, due medaglioni (mancanti), uno per parte, all’interno di due corone d’alloro. Sarebbero dovuti essere in metallo e a carattere celebrativo, com’era nello stile e per decoro (richiamo art Dèco). Senza dubbio, hanno preso la volata in altre mani. Qualcuno poi, dalla facile intellighenzia tutta nostrana, nella superficie del dipinto aveva lasciato traccia: una scritta a grandi caratteri, ma fra tante e a futura memoria, la sua visita: Giuliano!

La pittura murale, in stile neoclassico è firmata e datata “G. Fabbris 1923” (allievo di Giulio Aristide Sartorio - suo il Fregio che sovrasta l’Aula della Camera dei Deputati - realizzato tra il 1908/1912).

La tecnica di esecuzione non era stata sufficientemente protetta e il degrado ha fatto il suo lavorio. L’intervento di consolidamento degli intonaci precari è stato eseguito con iniezioni di malta liquida, previa velatura della superficie con carta giapponese per garantire la durata del dipinto. L’intervento è stato senz’altro complesso e abbastanza carico di professionalità.

Nelle pareti laterali sono presenti pitture realizzate a trompe-l’oeil (tecnica pittorica che dà l’illusione della tridimensionalità) in riquadri in finto marmo che il dott. Giorgio Falchi fece realizzare la commessa a sue spese, per dare “modesto contributo di sentita doverosa riconoscenza” (cfr. Carlo Patatu, “Chiaramonti - Cronache di Giorgio Falchi), indicando i venerati nomi¹ che onorarono il suo paese. (IMG.  4118-4159-4160-4161). Di questi lavori non si conosce il nome dell’esecutore.

Altre rappresentazioni pittoriche (anche qui manca il riferimento all’artista), sono presenti sul soffitto dell’ambiente centrale d’ingresso al piano: un soffitto a padiglione con dipinti che riprendono, all’interno di tre medaglioni, luoghi del paese: il castello, il mulino a vento e nuraghe Ruju; nel quarto, verosimilmente Castelsardo(!).

Diversi i motivi geometrici e al centro, un’esplosione di composizione floreale. Anche qui, notevoli i deterioramenti causati da infiltrazioni di acqua piovana, processi di ossidazione, carbonizzazione, annerimenti e muffe. Si è intervenuti su una superficie dove il 50% dell’intonaco era interessato dal distaccamento mettendo a nudo il materiale costruttivo: mattoni in cotto.

Si è proceduto a pulitura e consolidamento delle superfici superstiti e intervento di ricomposizione dei disegni originali. La reintegrazione pittorica è stata eseguita con colori a calce e acquerello, perché compatibili con la calce del supporto, agevolando l’evaporazione dell’umidità contenuta nella muratura di costruzione.

Le porte interne sono a due ante, originali, mentre le finestre sono di recente fattura, ma rispecchiano la quadripartitura d’uso nell’epoca. Sono presenti i portelloni esterni, che a mio giudizio, non corretti e confacenti al tempo di fabbrica, perché le finestre erano dotate di scurini.

Quanto descritto potrebbe essere una modesta introduzione alla conoscenza dell’architettura chiaramontese. Povera e semplice, non importa.
______________________

¹ vi sono riportati i seguenti nomi:
-Vare Nicolò: delegato dell’Anglona a rappresentarla nella pace conclusiva a Cagliari nel 1388 fra il re don Giovani ’Aragona e la giudicessa Eleonora d’Arborea.
-Rev Girolamo Budroni: benefattore dell’area per la costruzione del magazzino del Monte Granatico.
-Reverendo Alfonso Cossiga: (1802)donatore del primo orologio pubblico – ma non se ne conosce l’originaria collocazione.
-Rettore Cossu: rettore parrocchiale di Ploaghe, teologo e cultore della lingua sarda
-Avv. Bachisio Madau: sindaco di Chiaramonti consigliere e presidente della Deputazione Provinciale di Sassari.
-Sale Fresi Pietro: soldato di fanteria rimasto ucciso nel 1859 durante la guerra d’Indipendenza italiana nella battaglia di San Martino
-Pitotto Casu Andrea: soldato di fanteria, rimasto ucciso nel 1866 nella campagna per la terza Guerra d’Indipendenza
-Cossu Salvatore: capitano di fanteria, rimasto ucciso ad Adua nel 1896.

 

Il servizio fotografico è dell'autore, che ringraziamo.

 

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Dicembre 2012 17:58
 

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