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La Tribuna: L'Italia è unita? Si, ma... PDF Stampa E-mail
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Giovedì 17 Marzo 2011 02:23

di Carlo Patatu

"Pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gli italiani". È stato profetico Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio (Torino 1798-1866). Da politico attento, scrittore e patriota (oltre che pittore) era contrario all'unificazione dell'Italia a sola guida piemontese. Era invece favorevole a una confederazione di stati sul modello tedesco. Perciò fu avversato aspramente sia da Mazzini che da Cavour.

Oggi 17 Marzo celebriamo il 150°compleanno dell'Italia unita. Ma non come la vedeva D'Azeglio. Al quale la storia ha finito col dare un po’ di ragione. I comportamenti strampalati dei leghisti, le divisioni interne della stessa maggioranza di governo e lo scarso entusiasmo che le opposizioni mettono in campo in questa circostanza solenne, fanno si che la ricorrenza abbia assunto connotazioni diverse. A seconda delle latitudini della Penisola. Meno male che c'è il Presidente Napolitano.

Si fa festa, ma...

Anche a Chiaramonti, piccolo lembo di terra italiana , la ricorrenza è stata celebrata dal Comune in modo piuttosto sbrigativo. Convocando il Consiglio in seduta straordinaria. Alla chetichella e alle tre del pomeriggio di ieri. Nessun invito alla comunità. Niente coinvolgimento di associazioni e istituzioni locali. Fatta eccezione per la scuola media. Della cosa si è avuta notizia da un trafiletto apparso all’ultim’ora sulla "Nuova Sardegna".

Insomma, una festicciola fra intimi, col Consiglio che non era nemmeno in numero legale, date le assen ze del Vice Sindaco e dei due Gruppi di minoranza. Quattro o cinque unità di pubblico più un gruppetto di studenti della scuola media. C’erano perché qualcuno ce li aveva portati.

Ma, tralasciando tutto ciò e restando fra le cose di casa nostra, mi pare doveroso ricordare che i fanti chiaramontesi Antonio Serra, Gavino Murgia Villa, Nicolò Accorrà Cossiga, Luigi Satta, Francesco Antonio Brundu e Francesco Piseddu presero parte alla battaglia della Cernaia, nel 1856 durante la guerra di Crimea. La presenza di una rappresentanza del Regno di Sardegna creò le premesse per l’assist fornito a Vittorio Emanuele II tre anni dopo da Napoleone III nella seconda guerra per l’Indipendenza.

Alla quale nel 1859 presero parte altri chiaramontesi, ricordati da Giorgio Falchi nelle sue cronache. Essi sono i soldati Pietro Camboni, Antonio Maria Serra, Gavino Murgia Villa, Francesco Piseddu, Francesco Antonio Brundu, Giuseppe Truddaiu, Giacomo Salvatore Migaleddu, Antonio Vincenzo Casu, Francesco Maria Cossu, Antonio Giovanni Budroni, Antonio Vincenzo Puggioni, Antonio Carta Cossiga, Paolo Piras, Nicolò Accorrà Cossiga. In particolare, nella battaglia di San Martino (24 Giugno 1859) cadde Pietro Sale Fresi. E per la condotta tenuta in quella battaglia fu concessa una menzione onorevole al caporale di fanteria Giovanni Urgias e al soldato granatiere Giuseppe Casu. In quella battaglia, Vittorio Emanuele II cavalcava un cavallo isabella (giallino pallido) allevato proprio a Chiaramonti dal possidente Antonio Luigi Madau senior.

Inoltre, ci ricorda il Falchi, "nel 1860 il sergente di fanteria Antonio Carta Cossiga si meritava la medaglia d'argento al valor militare, perché giorni prima della gloriosa battaglia di Castelfidardo, assieme ad altro valoroso, ebbe l'ardire di attraversare un ponte ritenuto stato minato dai nemici. Così pure l'artigliere Francesco Antonio Brundu nel 1861 si seppe meritare altra medaglia di argento al valor militare, perché durante l'assedio di Gaeta, nonostante ferito da una scheggia di mitraglia, non si volle allontanare dal luogo del combattimento e per oltre un'ora proseguì a compiere il dovere di prode soldato".

Alla terza guerra per l'Indipendenza (1866), sottolinea ancora il Falchi, parteciparono i nostri compaesani "sergenti Pietro Vincenzo Migaleddu e Alberto Carta, i caporali don Antonio Grixoni, Francesco Biddau, Angelo Maria Budroni, Giorgio Satta Uneddu e i soldati Giuliano Budroni Cabresu, Pietro Carboni e Pietro Antonio Soddu. Come pure il dottore Gian Maria Migaleddu col grado di tenente medico di complemento. E finalmente nella battaglia di Custoza rimase ucciso il soldato Andrea Pitoto Casu".

I nomi di Pietro Sale Fresi, di Andrea Pitoto Casu e del capitano Salvatore Cossu Budroni sono riportati, insieme ad altri chiaramontesi illustri, in una targa esposta nella sala del Consiglio della vecchia casa comunale di Piatta, restaurata di recente.

Dei caduti in battaglia durante le due guerre mondiali e quella condotta in Africa per la improvvida colonizzazione di Libia, Somalia ed Eritrea ho avuto modo di parlare più volte su queste pagine.

Reso questo tributo doveroso di riconoscenza ai chiaramontesi che hanno contribuito a rendere l'Italia una e democratica, può essere utile ricordare che, 150 anni fa, Chiaramonti non era ancora collegato con Ploaghe da una strada carrozzabile, inaugurata e aperta al traffico nel Settembre 1880. Questo paese non aveva nemmeno la caserma dei Carabinieri, costruita nel 1874; né un cimitero adeguato, realizzato nel 1879. Prima di allora, si seppellivano i morti nel zimidoriu, piccolo camposanto attiguo alla parrocchiale di Su Monte ‘e Cheja o all’interno della stessa chiesa.

Nel 1861, questo paese non aveva ancora una casa comunale, edificata una quindicina di anni più tardi. Nel 1893 fu collocato sul campanile l’orologio pubblico. Tre anni dopo arrivò il telegrafo. Nel 1902 fu impiantato il primo mulino a gas povero. Nel 1919 ci fu la prima e unica dimostrazione popolare che costrinse il sindaco cav. Nicolò Madau a dimettersi. Nel 1924 arrivò la luce elettrica.

Seguirono la stagione triste della dittatura fascista (1922-1943) e lo sconquasso prodotto dalla guerra (1940-45). Infine la pace, il diritto di voto esteso a tutti i cittadini maggiorenni (donne comprese), il referendum del 2 Giugno 1946, la Repubblica, la Democrazia.

L’Italia unita, dunque, c’é. Ma noi italiani uniti non siamo. Siamo ancora quelli dei comuni, dei granducati e delle repubblichette. Ancorati a particolarismi egoistici che hanno fatto il loro tempo.

È vero: la diversità è un valore. A patto di non esagerare. E io credo che, in questa stagione, qualcuno (mi riferisco ai leghisti, ma anche ai sardisti nostrani) dell’esagerazione va facendo uno stile di vita. Ahimé!

In ogni caso, anch’io ho issato con fede a casa mia la bandiera tricolore. Pertanto mi unisco al coro dei più gridando:

Viva l’Italia Unita! Viva il Tricolore!

 

 

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